Mamme lavoratrici? No, donne. Se vi riconoscerete, vi riconosceranno
Le mamme sono donne, a volte ce lo scordiamo, forse perché la società in generale si occupa di farcelo dimenticare: diventi mamma e cambia tutto, sei vista in modo diverso, al lavoro diventi un peso e non più una risorsa, e devi “conciliare” vita familiare e lavorativa. Conciliare! Già con il linguaggio diciamo molto, conciliare vuol dire mettere d’accordo, armonizzare fra loro persone o cose contrastanti. Perché lavoro, famiglia, figli, aspirazioni personali, amore, passioni devono essere in contrasto? Perché dobbiamo pensare a tutto ciò come un insieme di cose sconnesse da tenere in equilibrio come se fossimo giocolieri? Perché per gli uomini non si pone la stessa domanda, o per lo meno non è quasi mai verbalizzata in pubblico? Quante volte è stato chiesto a un manager se ha dovuto rinunciare ad avere figli per arrivare fin dove è arrivato? In parte parliamo e agiamo così perché sono questi il linguaggio e il modus operandi propri del contesto politico e culturale in cui viviamo – come se non avessimo volontà, come se non potessimo fare altro che adeguarci. Ma anche perché spesso si continua a vedere la maternità come un evento che ci sovrasta e che copre tutta la nostra vita, lasciando in secondo piano tutto il resto.
Le mamme sono donne, non dimentichiamolo. Donne che spesso hanno un carico maggiore, rispetto all’uomo, di lavoro sul fronte dell’educazione dei figli. Quindi nella maggior parte dei casi sono loro, siamo noi, a tramandare i valori, ma più con l’esempio che con le parole. Non possiamo quindi continuare ad essere al massimo reattive anziché attive, la possibilità di avere pari opportunità, di essere considerate come essere umani e non solo come corpi per sedurre o per sfornare ereditieri per il cognome del papà, ce la dobbiamo costruire noi. Senza aspettare che siano le quote rosa a darcela, senza aspettare che i maschi “imparino”, senza aspettare che un decreto o una legge ci autorizzino a essere libere e padrone delle nostre vite, persone con dignità che scelgono, che decidono.
A questo punto viene spontaneo chiedersi quali siano le specificità dell’essere donna, anzi cosa significhi nascere donna, in particolare in Italia. Vorremmo tutte essere considerate persone prima che donne, esseri umani. Purtroppo così non è e non possiamo far finta di non vederlo, di non capirlo. La donna in Italia è ancora madonna o puttana, senza vie di mezzo. Inutile dire “ma io non la penso così”, “ma noi facciamo diversamente”, “ma il mio compagno non considera le donne in quel modo”, perché questa è una piccolissima minoranza. C’è tutto il contesto che ci spiattella ogni giorno un’altra donna, quella ufficiale, che vediamo nei cartelloni pubblicitari, che ci viene rifilata nei discorsi politici, che è onnipresente nella sua oscenità a tutte le ore nella televisione pubblica e privata. Ed è quella che assorbiamo quando non siamo critici, è quella che vedono e assorbono tutti i giorni i nostri figli se non li accompagniamo nella crescita e nella comprensione dei meccanismi della nostra società.
Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi hanno realizzato un meraviglioso video, Il corpo delle donne, che mostra nella sua crudezza il ruolo della donna italiana, il modello che viene comunicato, l’aspirazione a cui si adeguano ormai tante bambine, ragazze e donne. Nessuna persona civile e sana di mente può esimersi dal prendere parte in questa discussione perché riguarda noi tutti, uomini e donne, bambini e bambine, presente e futuro. Nel filmato si parla di tante cose trascurate nel discorso mediatico o politico: il corpo femminile come strumento di potere (un modo per raggiungere un briciolo di potere, per illuderci di avere il controllo sulle nostre vite, per non sentire il peso del mancato potere decisionale negli ambienti che “contano”), le donne emancipate che come massima aspirazione ambiscono a essere donne del desiderio, l’adeguarsi ai desideri maschili per la costruzione di un’identità. Fondamentale la citazione di Galimberti: facciamo un lifting alle idee, non alla faccia. Tante altre riflessioni si possono leggere sul blog legato al video.
Ora, la domanda che si pone Lorella è la stessa che si sono già posti diversi giornali stranieri: perché non reagiamo? Perché le donne non alzano la voce? È in gioco la sopravvivenza della nostra identità e per noi va bene così, ci adeguiamo. Così come per gli ostacoli che incontriamo a seguito della maternità, tendiamo a lamentarci e raramente andiamo oltre questo piagnisteo. Come ben dice Blimunda nel suo post, perché non diventare un vero interlocutore sociale e politico e fare reali pressioni affinché cambino davvero le cose?
Pensiamo, pensiamoci, ripensiamoci. Cerchiamo di capire se riusciamo veramente a sentire ciò che sentiamo noi, e non ciò che si dovrebbe sentire in determinate situazioni, come la maternità o il modo in cui ci mostriamo agli altri. Quante di noi vogliono tornare in forma dopo il parto per motivi di salute e non per “tornare belle”? Quante di noi riescono a mantenere un minimo di identità propria una volta diventate mamme? Quante di noi si riconoscono, e quindi si fanno riconoscere dagli altri senza diventare schiave dei dettami esterni?








Non posso che essere totalmente d’accordo. In fondo forse il segreto è di sentirsi (e quindi, di porsi) come donne (meglio: come individui) e non “solo” come mamme.
25 maggio 2009 alle 14:07io ci sto lavorando, su questa cosa di diventare interlocutore. delle aziende, perché credo con molta fermezza nella responsabilità che hanno i brand, attraverso la loro comunicazione, nella creazione/imposizione/mantenimento di modelli culturali. il progetto, mio e di flavia di veremamme, si chiama “the talking village”, e per il momento ha solo una pagina su facebook – il sito arriverà, prestissimo, spero. ma ha anche molto di più: alcune aziende che ci credono e tante blogger con cui ci confrontiamo quotidianamente. da qualche parte bisogna cominciare, e io ho deciso di iniziare da quello che so fare. e per la prima volta dopo 15 anni, lavorare nella comunicazione mi dà la sensazione di fare qualcosa di utile per tutti, non solo per le aziende.
25 maggio 2009 alle 14:41Pensarci e ripensarci va bene, ma bisogna avere anche il coraggio di parlare e, purtroppo, questo significa andare contro corrente.
Ovviamente Mariela non mi riferisco a te, ma un po’ a tutte, a me per prima. Ci imbarazza criticare il maschilismo e il machismo imperante in questa societa’, rischiamo sempre di fare la figura delle sfigate e delle bacchettone.
Io non credo che la bellezza sia una cosa da demonizzare, anche se trovo che la bellezza non si possa trovare solo in un corpo rifatto con la chirurgia estetica. Sono la prima a difendere il fatto che la bellezza puo’ essere accompagnata ad un cervello, anche molto fino. Ma la mercificazione della bellezza e della femminilita’, mi offende.
Oggi e’ uscito un bell’articolo: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/don-rodrigo/don-rodrigo.html. Fatelo girare, tramite i blog, Facebook, email. Passate parola.
Letizia
25 maggio 2009 alle 14:45http://blog.bilinguepergioco.com
DONNE, FISSATE IL VOSTRO PREZZO! di Cinzia Ficco
Consigli di Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo
Timide, imbranate, tendenti a deprezzarsi, incapaci di puntare in alto e contrattare, poco esigenti in famiglia e poco ambiziose al lavoro, con un grande spirito di sacrificio. Per questo, quasi sempre con pochi soldi nel borsellino. Soldi che, naturalmente, la maggior parte di loro, si fa ancora passare dal marito. Attenzione, non dall’ex coniuge.
Eh, sì perché, al gentil sesso piace sapere che a proteggerlo e a non far mancar mai nulla c’è sempre un padre, un marito. Insomma, un uomo. Ma non per opportunismo. Piuttosto, la donna sarebbe vittima di una codificazione dei ruoili sessuali dura a morire , che andrebbe smontata con coscienza di sè e conoscenza.
A questo punta il libro Donne e denaro (Mondadori) di Rosanna Massarenti, 42 anni, direttore di Altroconsumo , che ha redatto un’utile guida alle trappole psicologiche che imbrigliano l’altra metà del cielo.
A sentire la giornalista, le donne con Mammona avrebbero un rapporto ambiguo. Sì, sono loro che perdono più ore ad ammirare le vetrine dei negozi, a fare shopping spesso inutile,(sentito come terapeutico, ndr). Ma è anche vero che molte donne non sono capaci di chiedere denaro quale contropartita del lavoro professionale e non sanno farsi riconoscere il giusto valore al proprio lavoro. Quasi come se non ci fosse la possibilità di uno scambio tra lavoro e denaro.
L’atteggiamento delle donne verso il lavoro rimane più di servizio che di scambio, alla ricerca più della gratificazione personale che del guadagno, che pure è sentito come necessario .
E questo perché? Replica Massarenti: “La prima ragione del cattivo rapporto delle donne col denaro trae origine da un dato oggettivo. Consiste nell’ingresso, tutto sommato, recente della donna nel mondo del lavoro e soprattutto delle professioni. La seconda ragione da combattere è la scarsa considerazione di sé, delle proprie capacità, della propria utilità, della propria indispensabilità. E poi c’è la convinzione che il denaro, la posizione, la carriera per una donna siano valori che devono cedere il passo ad altre priorità, sia a quelle della famiglia sia a quelle della gratificazione personal”. In questo senso la donna sceglie una laurea che le piace, anche se non ha sbocchi professionali redditizi.
E allora?
Molte decidono di sacrificare la professione. Ma secondo Massarenti questo sarebbe un alibi per molte che, sì, cercano un lavoro per anni, invano, ma evidentemente con un atteggiamento sbagliato. Il più delle volte remissivo, acquiescente, buono solo a favorire i colleghi maschi.
“Nel nostro rapporto con il denaro- si legge ancora nel libro- così come nel modo in cui lo guadagniamo e lo spendiamo, c’è di sicuro una sensibilità tutta femminile, nostra, sconosciuta ai maschi,” che usano i soldi come strumento di potere e seduzione. Proviamo timore e quasi pudore, ma nello stesso tempo ne sappiano sfruttare benissimo il valore pratico, come strumento per sentirci sicure e più libere. Quindi guardiamo al denaro come mezzo per vivere meglio. Ne apprezziamo il valore d’uso”.
E molte volte riusciamo anche a gestirlo in modo oculato. Un esempio? Il premio Nobel per la pace 2006, Muhammad Yunus , il banchiere dei poveri, ha inventato il microcredito da offrire solo alle donne povere dell’India.
I consigli ? “I nostri sforzi dovrebbero concentrarsi – scrive la giornalista- su come farci adeguatamente pagare per il nostro lavoro e far riconoscere il valore del nostro apporto alla società civile e nello sviluppo economico, su come spendere e impiegare bene i nostri soldi, su come sentirci sicure accumulando qualche riserva per tempi difficili e per quando non lavoreremo più”. Per esempio, per fronteggiare una malattia, un lutto improvvisi, gli studi dei figli. Una separazione, un divorzio.
Di qui una serie di buone regole offerte dall’autrice su come investire i nostri soldi, sul rapporto con le banche, su come fare la spesa in modo responsabile, su come usare la carta di credito, su come approfittare dei saldi. “ Tutto- fa capire- però, richiede una conoscenza in materia economica e finanziaria, che oggi la donna, tranne qualcuna, non può vantare”.
Per Massarenti “dobbiamo ficcarci in testa che noi siamo brave, a scuola, come sul lavoro. Guardarci allo specchio e riferircelo. Poi fissiamo il nostro prezzo. Un prezzo di mercato, non da svendita. Il denaro, convinciamoci, non è il Male. Chiedere dei soldi per sé, quando ce li meritiamo, è sacrosanto, è doveroso. Basta con la vergogna e i sensi di colpa”.
Un’analisi approfondita è dedicata alla tutela per le casalinghe, che è inesistente. E questa categoria conta 8 milioni di persone.
E in futuro?
“Il futuro- annuncia sicuro il direttore- sarà femmina, questa è la speranza. Perché le donne tifano per la vita e hanno a cuore la cura degli altri, i sentimenti, la relazione, la solidarietà. Perché le donne preferiscono dare che ricevere, proteggere che opprimere, perché fra il potere e il denaro scelgono l’amore”. Ma il loro atteggiamento deve un po’ cambiare. Non possono continuare ad essere solo materne, protettive e votate al sacrificio, anche per il bene dell’umanità.
http://www.dols.net
25 maggio 2009 alle 15:01Care, devo scappare di corsa ma risponderò con cura più tardi. Nel frattempo vi ringrazio per esservi fermate un attimo a pensare e a dire la vostra. A dopo!
25 maggio 2009 alle 15:07Ne dico solo una, ma gli spunti da discutere sono un’infinità.
26 maggio 2009 alle 09:15Non vedo perché dovrebbe sorprendere che la vita di una donna cambi in modo radicale quando diventa mamma. Sarebbe ben strano se così non fosse.
Cambiava in modo ugualmente perentorio per le donne di due secoli orsono, quando le alternative alla maternità erano un paio, a rimanere nel campo del lecito morale, e forse non molte di più uscendo da quel campo. Non mancava in compenso, magari ossificata (ma in alcuni casi assai sviluppata, seppur informe), una coscienza politica del soqquadro in cui la maternità mette l’esistenza femminile in ogni sua piega. Le maggioranza delle donne accettava la maternità come una fatalità, vi si assoggettava passivamente, ma non ne ignorava i rischi, le durezze, gli effetti indesiderati, gli estremi di emarginazione. Le donne conoscevano ogni angolo della prigione in cui si chiudevano o venivano chiuse – e l’alternativa, proprio come oggi, era spesso impercettibile.
La prigione può avere le tendine alle finestre e l’aria condizionata, e col tempo diventare abitabile e forse persino carina; ma nessuna donna del passato ignorava che di prigione pur sempre si tratta. Lo sapevano persino le rare matriarche che tenevano la chiave della cella appesa alla cintura.
C’era da credere che, con l’aumentare delle alternative alla maternità, sarebbe cresciuta nelle donne la consapevolezza delle restrizioni imposte loro dal ruolo e dalle responsabilità di mamma. Invece pare proprio che stia succedendo l’opposto.
Lavoro, famiglia, figli, aspirazioni personali, amore, passioni – mancano solo le vacanze e il tempo libero e siamo al culmine dell’emancipazione onirica. Mia nonna, cresciuta a suon di manrovesci e superstizioni secolari su maternità & dintorni, non darebbe un minimo di credito a una mamma di queste qui di adesso, che proclamano di perseguire così numerosi obiettivi uno più diversificato e impegnativo dell’altro. Le guarderebbe dall’alto in basso come un adulto fa con un bambino che per sentirsi cresciuto calzi le scarpe dei genitori.
Certamente che la maternità è in contrasto con l’amore e le passioni e le aspirazioni personali e il lavoro ecc., non fosse che per le energie che imperiosamente richiede il ruolo di madre se interpretato attivamente. La maternità è in contraddizione persino con i figli (per lo meno da un certo punto in avanti): figuriamoci se non lo è con il resto!
Qui ci vuole una robusta iniezione di realismo critico, la voglia e la capacità di non illudersi prima di intraprendere una carriera, quella di madre, che per potersi dire coronata esige da una donna le sue migliori risorse, e sacrifici, concentrazione, dedizione a non finire, nonchè pozzi di San Patrizio di resistenza nervosa.
Anche il lavoro assorbe energia e concentrazione, anche un amore ne richiede, e tutti sappiamo quanta energia abbisogna un amore anche solo per sopravvivere – cioè sappiamo che non è mai possibile quantificarla in partenza. Una mamma che con la maternità voglia realizzare anche tutto il resto, e si mostri sorpresa e anzi scandalizzata di non ottenerlo, è una donna che sta camminando a passo di gambero.
Voialtre giovani mamme dovete piantarla di fare della demagogia e decidervi a guardare in faccia la realtà per come ha la miseria di essere. Una donna, non meno di un uomo, può fare bene nella sua vita non più di un paio delle cose citate sopra. Le altre le riusciranno giocoforza imperfette, arrotondate; oppure non le riusciranno affatto, saranno dei fiaschi.
Una donna che scelga oggi di fare la mamma, e non si limiti più ad esserlo e basta, come toccava alle donne di due secoli fa e passa, deve imparare a non prendere sottogamba il suo lavoro (poiché di lavoro si tratta, sempre) e a saper calcolarne in anticipo gli infortuni, i disagi, le servitù.
Ciò implica che sulla maternità si rifletta a lungo prima di farne esperienza, non quando ormai non resta spazio che per le recriminazioni. È giusto che le donne che oggi possono scegliere di diventare mamme (e resta da vedere quante di loro lo scelgono consapevolmente) conoscano molto bene, insieme alla maternità, le realtà che talvolta integrano la maternità e talvolta la disintegrano o ne sono disintegrate.
Letizia, non è la bellezza ad essere sbagliata. Sbagliato è metterla come priorità prima ancora della salute. Sappiamo come funziona il mondo della moda, come ci si infili scarpe che fanno un male spaventoso, ma sono tanto belle. Ecco, a questo pensavo, al dare priorità alla propria dignità.
26 maggio 2009 alle 11:46Marco, il tuo intervento invita a molte riflessioni. Parto da questo passaggio:
“Una mamma che con la maternità voglia realizzare anche tutto il resto, e si mostri sorpresa e anzi scandalizzata di non ottenerlo, è una donna che sta camminando a passo di gambero.”
Ecco, il punto intorno al quale giriamo entrambi è la consapevolezza, anche se da punti di vista diversi. Ciò che intendevo dire è che ci sono effettivamente i cambiamenti (è una delle mie prime affermazioni), ma non è detto che una madre non sia in grado di continuare a lavorare come prima, che non possa trovare la sistemazione giusta di orari e organizzazione domestica (con o senza l’aiuto del padre del figlio). Certo che per molte mamme è difficile riuscirci, ma allora dovevano mettere in preventivo anche questo prima di scegliere la maternità.
No, non si può fare tutto come prima, quando arriva un figlio, e soprattutto quando cresce. Non si è più le stesse donne di prima, cambiano le priorità e in parte cambia la percezione del mondo e della vita. Però una donna che ha le idee chiare PRIMA di avere un figlio le avrà anche in seguito. Ecco cosa non cambia. Non diventi un’extraterrestre con la maternità, insomma. Quindi se una donna ama il suo lavoro o ha una passione in particolare, non lascerà questa strada per il figlio. Questo, ovviamente, se non ci sono problemi di forza maggiore – se purtroppo è un figlio con un grave handicap diventa tutto molto più arduo, e la società italiana di certo non aiuta. Se invece una donna è già ambigua nei propri confronti prima di diventare mamma, dopo la situazione non può che peggiorare, con risvolti diversi a seconda della situazione. Non è tutto perso, comunque, talvolta ci si sveglia dal torpore e si reagisce, anche se con enorme fatica. Costa molto, questo sì.
Credo, personalmente, che si possa trarre la forza necessaria per rimanere fedeli a se stesse ed essere madri, con tutte i cambiamenti che comporta la maternità. Certo che ci sono limitazioni, certo che un figlio è per sempre, ma questo si dovrebbe sapere in anticipo: o fai a meno di fare figli e ti occupi di te senza interferenze, o fai i figli e invece di lamentarti ti organizzi per portare avanti il tuo progetto di vita. E rinunci a tante cose, certo. Ma anche se non si hanno figli si fanno tante rinunce se si vuole ottenere qualcosa, giusto?
Purtroppo, lo sappiamo bene, la maternità è ancora dipinta come una benedizione con pochissimi ostacoli. Purtroppo troppe donne non si rendono conto di cosa implichi non solo in termini logistici (sarebbe il minimo) ma soprattutto in termini di crescita personale. Non sono solo i figli a crescere, lo siamo anche noi mamme, e il diventare madri, e fare le madri per sempre (è proprio a tempo indeterminato, questo contratto, non ha scadenza) ci richiede di essere padrone delle nostre vite. Altrimenti non c’è verso di avviare le vite altrui.
Forse un evento come il MomCamp e le discussioni come questa andrebbero proposti anche alle donne che non sono ancora mamme e che vogliono diventarlo. Anzi no, questi argomenti dovrebbero essere preoccupazione di tutti, perché tutti abbiamo una madre o ne conosciamo una, ed è necessario avere una comprensione reale e vicina alla realtà per poter costruire una società civile.
Mai pensato alla maternita’ come a una prigione, e mi sembra che per definirla cosi’ bisogna aver capito proprio poco della maternita’…
Letizia
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26 maggio 2009 alle 12:15Letizia, a me sembra che la maternità sia a tutti gli effetti una specie di prigione. Perché, secondo te quando ci stanchiamo (e sì che ci stanchiamo) di fare le mamme possiamo staccare e dire basta? Anche se una madre decide di disinteressarsi del proprio figlio e lasciarlo per sempre a cura del padre rimane comunque qualcosa. Non è un tipo di attività che puoi mettere in pausa, non ci sono vacanze vere e proprie, non puoi mollare, avrai sempre il torto agli occhi dei figli non importa cosa tu faccia. Sei sotto il giudizio altrui, peggio del lavoro allo sportello perché non chiudi quasi mai. Io non vedo tanto il peso dei problemi logistici (risolvibili) ma quelli che chiamano in causa la tua identità. Da un giorno all’altro non sei responsabile solo di te, ma anche di una persona indifesa. Non è da poco, no? E a volte pesa, eccome.
26 maggio 2009 alle 13:35Che fare la mamma non sia facile e non lo sia mai stato (tranne forse per poche privilegiate) e’ un fatto. Ma una prigione? Forse non ci chiariamo sul significato di prigione…
Per me la prigione fa pensare alla frustrazione furiosa di vedersi negate le proprie liberta’, al desiderio di scappare, al senso di soffocamento e un bisogno di urlare dentro, accompagnate al vuoto e una noia mortale.
Nulla di tutto cio’ e’ per me associabile alla maternita’, e questa e’ una mia opinione.
Per caso domani potresti smettere di lavorare di punto in bianco, perche’ sei stanca? Beh forse si’ se lavora tuo marito, ma comunque qualcuno in famiglia deve lavorare… Il lavoro stanca, ti obbliga a dei ritmi che non sono tuoi, e’ qualcosa di inevitabile e irrinunciabile. Sul lavoro sei sempre giudicata e devi dare il meglio. Non per questo diciamo che il lavoro e’ una prigione.
Ecco per me la maternita’ puo’ essere un lavoro, anche molto impegnativo (e ricco di soddisfazioni), ma una prigione no…
L.
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26 maggio 2009 alle 21:36Condivido tutto del tuo post: sono le stesse cose che ripeto anche io. Anche io sono stanca di essere in minoranza, sono scoraggiata da quello che vedo intorno a me.
27 maggio 2009 alle 18:24Mi è capitato spesso di parlare di quello che “la gente” pensa e dice e di sentirmi rispondere che io devo andare per la mia strada: certo, io vado per la mia strada e ne sono contenta, ma ciò non toglie che abbia gli occhi e le orecchie e che mi accorga che purtroppo siamo in poche, sulla mia strada.
Per me una donna è una persona. Un uomo è una persona. Diversi, ma con lo stesso carico di responsabilità.
[...] il proprio credo politico e cerca di fare proseliti; c’è chi definisce minuziosamente la categoria di appartenenza per offrire l’evento appositamente creato off line; altri continuano a parlare solo con se stessi…ma ormai sono una minoranza spaurita dalla [...]
4 giugno 2009 alle 10:27