Mamma nostra che sei nei cieli
Mi hanno detto che per parlare di mamme al MomCamp non serve essere mamme. Ecco, bene, perché io non ho figli, ma una posizione su cosa significhi essere o diventare madri in Italia ce l’ho eccome, e neanche da ieri.
Il punto è che diventare madri è un lusso. O un sacrificio. A seconda.
Mi spiego meglio, prima che vi si arruffino le penne (perché lo so che non c’è nessuno di suscettibile quanto le madri, soprattutto in un paese in cui la dignità sociale di una donna dipende in così larga parte dalla sua capacità o volontà di generare figli): essere madre è un lusso, perché necessita di risorse economiche e stabilità lavorativa non alla portata di tutte, e non è una scelta supportata da alcun genere di politica di sostegno. Si dà per scontato che una donna possa realizzarsi come madre o nel lavoro, alternativamente e senza differenza, ma non le due cose insieme. Con questo assunto, si dà anche per scontato che una donna che fa figli sia necessariamente felice, mentre una che non ne fa corra per sempre il rischio di rimpiangere la sua scelta, e si svegli un giorno triste e sola mentre tutte le altre hanno nipotini a rinverdirle.
Ecco che la maternità è un ricatto e un sacrificio: fallo ora, o non lo farai più. Abbandona il lavoro, o dedicagli meno tempo, ché tanto sei mamma, no? A che ti serve lavorare? Mica ti piacerà, lavorare? Il lavoro, secondo il senso comune, non conta nella definizione dell’identità di una donna quanto la famiglia. Né conta quanto conta per un uomo: un papà che resti a casa a badare ai figli viene definito con il termine scherzoso (e vagamente denigratorio) “mammo”. Una mamma incompleta, una mamma a metà. In mancanza di quella scriteriata della madre effettiva, si suppone, che nel suo immenso egoismo preferisce tornare al lavoro piuttosto che stare con il pargoletto.
Non sto dicendo che fare figli non sia una gioia. Sto dicendo che fare figli è sempre di più una gioia che dobbiamo farci bastare, perché là fuori nessuno ci aspetta. E mancano asili, scuole, orari flessibili, telelavoro, part-time, congedi di paternità, sostegni economici alle madri single. Molto spesso, lo stipendio che portiamo a casa copre a malapena la retta del nido, e allora tanto vale: si molla tutto e non si rientra più. Le statistiche lo dicono: le donne lasciano il lavoro per fare figli e non rientrano. E non sempre i compagni possono essere accusati di scarsa collaborazione: non sempre i compagni hanno la possibilità di usufruire a loro volta di orari flessibili, congedi, asili.
Non sono solo le mamme, quelle che dovrebbero arrabbiarsi per questa situazione, che punta sulla mistica della maternità per far passare un’enorme lacuna a livello di servizi. Ci pompano ogni giorno la mamma buona e la mamma santa, ci fanno il lavaggio del cervello con la mamma che dà il cibo genuino ai bambini, lava, stira, cucina, pulisce, tutto in letizia e sorridendo. La mamma è sempre la mamma, la mamma deve essere sempre lì: la mamma, una volta mamma, cessa di esistere come persona. Il lavoro che faceva, i sogni che aveva, le sue aspirazioni: tutto sacrificato sull’altare della famiglia. E senza lamentarsi, ché insomma, se non ti andava potevi anche non farli, no?







Hai messo su carta i miei pensieri: non avrei avuto modo migliore di dirlo.
26 maggio 2009 alle 18:52Ciao Giulia, bello leggerti qui. Ne abbiamo parlato tante volte: c’è una mistica legata alla maternità ancora più strisciante, che passa, molto democraticamente, dal NY Times al Guardian per arrivare ai nostri femminili e dice, più o meno: “Ma statevene a casa, ma chi ve lo fa fare? Non vi basta il mestiere di mamme”?. Questo è l’atteggiamento da combattere perché, come giustamente sottolinei tu, distoglie l’attenzione da uno stato sociale che latita.
26 maggio 2009 alle 18:53e poi, quello che capita spesso di vedere, è che a molte piace stare a casa… poi i figli crescono e ovvio che non riescono più a rientrare, no?
26 maggio 2009 alle 18:54Il lavoro della madre a volte è definito lo stipendio “per arrotondare”. Come se si lavorasse solo per soldi, non per passione, piacere. Se penso a quello che ho investito e il tempo dedicato a costruirmi una carriera, un mestiere… Vediamo come me la cavo dopo il parto, poi qualcosa per tornare in attività me lo invento
26 maggio 2009 alle 19:34ci sono casi e alibi secondo me, tu sei un caso
io un altro di persone a cui il loro lavoro piace (lavoro, non posto di lavoro, che quello è un altro capitolo, spesso); quelle a cui il lavoro, il posto e gli orari di lavoro non piacciono usano la maternità come alibi: preparatevi faccio un post cattivo e mi odierete tutte lo so (tanto poi do la colpa agli ormoni)
26 maggio 2009 alle 20:20No, no, Domitilla, vai con il post cattivo!
)
Io invece ho “usato” la maternità come alibi (con me stessa, soprattutto) per fare il salto di qualità, lasciare quello che facevo prima (che non mi appagava) e tuffarmi nel lavoro che veramente mi piace. E vi dirò: la mia vita professionale ha fatto un salto di qualità e sono tornata a lavorare a regime e senza sensi di colpa (questo argomento poi meriterebbe tutto un post). La mia bimba ha una mamma serena e soddisfatta, non un’esaurita che torna sì prima nel pomeriggio, ma insoddisfatta e/o incavolata nera.
26 maggio 2009 alle 20:47giulia, sottoscrivo tutto. l’ho anche scritto, più volte, ma si è scatenato il finimondo. le mamme non vogliono sentirsele dire, certe cose. e i padri sono totalmente deresponsabilizzati rispetto alla famiglia – non (sempre o solo) per scelta personale, ma proprio in virtù di quel circolo vizioso che premia le mamme negando loro il lavoro e fissa i papà nel ruolo di chi “porta il pane a casa”. c’è molta strada da fare, molti modelli “marion cunningham” da superare. però quel che è peggio è le madri, a marion cunningham, somigliano sempre di più. vorrei sbagliarmi.
26 maggio 2009 alle 22:17Leggendo tutto cio’ ho pensato, ma esiste una societa’ in cui le cose non funzionano cosi’? Una societa’ in cui il peso delle generazioni future grava su tutta la societa’ e non solo sulle mamme?
Si, mi sono risposta, ESISTE, nei paesi nordici. In Svezia, per esempio.
E perche’ in Svezia funziona e qui da noi no?
La risposta secondo me ha poco a che vedere con mamme, papa’, figli etc. La risposta sta, principalmente, nelle tasse. In Svezia pagano tutti le tasse, e la classe politica e’ piu’ responsabile, ergo la societa’ e’ piu’ ricca e puo’ spendere.
E qui? Chi e’ libera professionista le tasse le paga? E chi e’ dipendente e si sente chiedere dal medico sono 100 Euro senza ricevuta e 140 Euro con ricevuta, cosa fa? Non mi dilungo oltre sul tema perche’ a’ annoso e spinoso (io per prima ho poca fiducia sul fatto che le tasse se anche venissero pagate sarebbero usate appropriatamente dai nostri politici…) ma il mio punto e’ chiaro:
Non si possono isolare i problemi sociali, politici ed economici, sono tutti collegati. E questo lascia gran poco da sperare per questo nostro paese allo sfascio, per il quale la felicita’ delle mamme temo sia l’ultimo dei problemi…
L.
http://blog.bilinguepergioco.com
27 maggio 2009 alle 00:21Personalmente sono con Carolina: anche a me la maternità ha dato la forza per fare ciò di cui avevo veramente voglia e mi ha fatto capire che di sottostare a certi compromessi lavorativi (indipendenti dalla maternità) non avevo più voglia. Ma questo è solo il mio caso. In generale, vero, verissimo che molte donne usano l’alibi della maternità per tirarsi indietro (esattamente come molti usano altri alibi per giustificare i propri fallimenti, personali e professionali: è sbagliato, è umano). D’altro canto, negare che esista, in Italia, un problema con il reinserimento delle madri al lavoro (o con la conferma nel posto che occupavano precedentemente), dimenticare che i governi che si sono alternati negli ultimi anni non hanno mosso un dito per aiutare le madri lavoratrici, significa perdere il focus del discorso. Non è solo colpa delle madri, non è solo colpa dello stato sociale.
27 maggio 2009 alle 11:18Da un lato, se i soldi bastassero, prenderei subito la “scusa” per stare a casa.
28 maggio 2009 alle 10:17Dall’altro, se stessi a casa, difficilmente farei solo la mamma e la casalinga. Compatibilmente con l’età dei miei bambini e con i soldi, farei tutte le cose che faccio adesso oltre al lavoro, e le renderei a poco a poco sempre più importanti: la danza, la scrittura, la comunicazione e il web.
Vedrei lo stare a casa come una specie di “incubatore” per le attività lavorative che potrò svolgere in proprio quando i bambini andranno a scuola.
[...] che si spiega da sé, che produce i suoi significati per virtù propria. (Fa eccezione l’intervento di Giulia Blasi, che semmai ha un difetto, è di eccedere in [...]
3 giugno 2009 alle 14:38