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Ti amo in tutte le lingue (ma ti rispondo solo nella mia)
Scritto da armonicasolar | 29.05.2009
Il processo di attribuzione linguistica è di grande importanza per la demarcazione cognitiva di quanto ci circonda. In un certo senso, è come se passassimo a possedere — conoscere — le cose man mano che assegniamo loro un nome. I nomi non vengono da soli: si portano appresso una valigetta piena di categorie cognitive ed etichette. Nella tradizione cristiano-giudaica, già nella Genesi, per dire, al primo essere umano viene data la possibilità di dare un nome a quanto vede. E questo è giusto un esempio di quanto sia forte, in Occidente, la percezione che le cose — le persone — finché non hanno un nome o una definizione non esistono del tutto.
Che cosa accade con le persone bilingui dalla nascita, che hanno due tavolozze diverse per dipingere la realtà?
I bimbi apprendono il linguaggio — nell’accezione più classica — per imitazione. Fa parte del processo di socializzazione e, contrariamente alle capacità motorie, non si sviluppa da solo. Inizialmente s’impegnano tramite la lallazione, assegnando arbitrariamente i significanti. Poi cercano di costruire delle frasi a senso compiuto, imitando i discorsi degli adulti, ma senza veri contenuti alle nostre orecchie da grandi. Finché un giorno non attribuiscono — finalmente! — il significante giusto a ciò che vogliono esternare. Miracolo della comunicazione! Prima ciò che vedevo, che toccavo, che sentivo era solo mio. Ora è nostro. Il fardello e la gioia, la curiosità e l’approfondimento sono nostri. Per questo, linguaggio e comunicazione sono indissolubilmente uniti dalla nascita.
I bambini bilingui impiegano solitamente più tempo a parlare, nonostante capiscano ambedue le lingue. In questo processo di apprendimento vanno affiancati in ogni momento da entrambi i genitori*, che diventano il modello e il punto di riferimento per ogni realtà linguistico-culturale. Dunque è molto importante che ogni genitore si faccia carico della trasmissione del proprio bagaglio ed eviti di confondere il pargolo passando da una lingua all’altra (quello che in linguistica si chiama code switching).
Questo fenomeno, la cui traduzione è alternanza di codici, non accade solo linguisticamente, ma anche — soprattutto, oserei dire — culturalmente. Sappiamo bene che non esistono corrispondenze esatte tra le lingue e la tentazione di attingere al pozzo della seconda — terza — lingua per colmare un vuoto o un limite concettuale nella prima c’è e dobbiamo esserne consapevoli. Da grandi ce lo possiamo permettere fino a un certo punto, perché le diverse impostazioni ci rimangono ben chiare.
Attenzione però a non trasmettere questa pigrizia mentale ai bambini, che finirebbero per non parlare bene né l’una né l’altra lingua. O farebbero grande fatica in un secondo momento a delinearne per bene i confini di separazione. Sarebbe un grande peccato che perdessero questa preziosa opportunità.
*Per semplificazione parlo di genitori, ma in realtà a insegnare una lingua può essere un nonno, uno zio e via dicendo, a patto che ci sia continuità e coerenza nell’assegnazione dei ruoli linguistici.
Argomento: Ospiti | 5 Commenti »



















29.05.2009 at 13:06
[...] ho abbinato un bel piatto di mammitudine con un bicchiere di linguistica e il risultato è stato questo. Tag: bilinguismo, internet e dintorni, [...]
30.05.2009 at 15:58
L’argomento mi e’ molto caro, quindi vorrei aggioungere un paio di riflessioni.
Per quanto riguarda l’educazione bilingue del bambino ci sono solo due regole:
1) mettere sempre il bambino prima di ogni altra cosa, come dire prima la serenita’ poi il bilinguismo (per inciso si puo’ essere sereni anche se severi, serenita’ non vuol dire che va bene tutto quello che decide il bambino)
2) non esiste nessuna regola per il bilinguismo che vada bene per tutti. La vera sfida della famiglia bilingue e’ capire qual e’ il metodo che va bene per la propria famiglia
Alla base di entrambe queste regole c’e’ lo stesso fattore: la lingua e’ un mezzo di comunicazione inmportantissimo, attraverso il quale ci si scambia molto piu’ di alcune parole, ci si scambia affetto, si instaurano relazioni, si insegna e impara a vivere. Tutte cose che ogni famiglie fa, giustamente, a modo suo.
Quindi chiunque puo’ crescere i propri figli bilingui, ma ognuno dovra’ trovare il proprio metodo.
Letizia
http://blog.bilinguepergioco.com
04.06.2009 at 15:23
E dei figli di una coppia “monolingue” ma cresciuti in un Paese di un’altra lingua? Da italiana sposata a un italiano ma con vita in Inghilterra la domanda non è puramente accademica. E poi: che dici delle scuole straniere – conosco ragazzi di famiglia italiana che a Milano andavano alla scuola tedesca, ad esempio. Li ho sempre invidiati molto.
04.06.2009 at 17:21
M certo che sì, restodelmondo. Come ben dice Letizia, non ci sono regole che vadano bene per tutti. L’importante è sempre che ci sia una continuità e dei solidi punti di riferimento linguistico-culturali.
Carolina
04.06.2009 at 18:29
@Restodelmondo
A Bilingue Per Gioco c’e’ spazio per il bilinguismo in tutte le sue forme, per restare ai casi da te citati:
Asili e bilinguismo: http://blog.bilinguepergioco.com/2009/05/04/lidea-della-settimana-asilo-nido-e-scuola-materna-bilingue/
Elementari e bilinguismo: http://blog.bilinguepergioco.com/2009/05/18/lidea-della-settimana-scuola-elementare-per-bambini-bilingui/
Famiglie all’estero (Minority Language at Home): http://blog.bilinguepergioco.com/2008/11/24/alcuni-metodi/
Se hai commenti saranno piu’ che benvenuti, se vuoi condividere la tua esperienza la publichero’ molto volentieri su Bilingue Per Gioco.
Letizia
http://blog.bilinguepergioco.com