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    Lettera aperta alle mamme fintamente moderne che chiacchierano in rete

    Scritto da Marco Cavalli | 03.06.2009

    Vicenza, 1 giugno 2009.

    Sì, l’immagine della donna rifatta, con l’ombelico e il resto in vetrina, irresponsabile e un po’ mignotta, si è ormai imposta come modello. Ma non è stato a causa della propaganda che ne ha fatto la televisione. Un’idea così sballata può venire solo a qualcuno talmente intossicato di televisione da non poter fare altro che esagerarne l’influenza. (Ma voi credete davvero che un bambino beva come carta assorbente tutto quel che la televisione gli ammannisce e non sappia distinguere, per esempio, tra l’esempio della tv e quello cattivo che gli danno i genitori facendogliela guardare tutte le volte che torna loro comodo? Credete davvero che l’educazione consista nella scelta degli omogeneizzati biologici e dei cartoni animati da propinare al figlio? Rivedo mia madre leggermi la fiaba di Hansel e Gretel, così truculenta di suo, con questi genitori che abbandonano i figli nel bosco – i cassonetti non erano ancora stati inventati… Ah, inattesi risvolti formativi di una tradizionale educazione piccolo-borghese! Come sono contento di non essere figlio di queste mamme nevrasteniche con la fissa del tè verde anticancro e del fumetto educativo.)

    La televisione ha solo reso di dominio pubblico il primato di un modello di femminilità che non ha mai dovuto temere il paragone con alternative in grado di contenerlo. La velina spopola non perché sia un modello vincente, ma perché non convincono i modelli che le vengono opposti. Il fatto è che non sono l’opposizione che sembrano; si direbbero modelli complementari, varianti che ripetono la stessa solfa in modo più tortuoso.

    Troppo facile dare la colpa alla tv e dire che le giovanissime introiettano quel modello. Non sono mica così credule: loro quel modello lo scelgono coscientemente, freddamente, e non perché pensino che fare la velina sia meglio in senso assoluto. Di certo intuiscono che essere una velina è meglio che fare la donna fintamente emancipata. Non cadono dalle nuvole, non fingono di non sapere che alla donna sono stati aperti dei varchi nel mercato del lavoro solo per rinserrarla ancora più strettamente nei suoi vecchi ceppi di femmina ornamentale. Non c’è gara tra una reazionaria schierata e una pasionaria fasulla, tra una bigotta nei fatti e una rivoluzionaria a parole. La reazionaria e la bigotta saranno sempre più forti perché almeno non barano con se stesse.

    Lo sapete tutte benissimo, come lo sapranno le vostre figliolette già precocemente iniziate a Internet (che si appresta a sostituire egregiamente la vecchia televisione): tu puoi essere diplomata, poliglotta, avere i master giusti, i titoli professionali a posto, la partita IVA, un’intransigenza intellettuale a prova di bomba, puoi avere un blog, un sito, un’azienda ecc., ma alla fine, se non metti il tacco da geisha e non allarghi la scollatura, se non mantieni la linea, se non sai ammiccare secondo le regole di una seduttività che è sempre quella dall’età di Eva, l’uomo non si accorge di te ma di quell’altra sì. E nessuna di voi, con tutti i corsi che avete fatto, con tutte le arie che vi date, pare disposta a rinunciare a un uomo così, che risponde al richiamo di una femmina del neolitico: una donna sulle zeppe.

    Il problema non sono le veline che si affacciano dallo schermo televisivo, è la velina che nascondete in voi.

    Si sente subito che per voialtre l’uomo con cui fare coppia è una dotazione irrinunciabile. Si sente che i vostri pensieri, le parole, i contrasti drammatici (solitudine e comunione, obblighi e libertà), girano tutti in quell’orbita. Quanto rimane fuori dal raggio della coppietà, senza un collegamento esplicito con essa, vi appare scipito, opaco. È questa la via che ha preso in voi l’aspirazione a capire il mondo, maternità compresa.

    Il cinismo di cui danno prova le ragazze adolescenti di oggi è di una crudezza paurosa, ma è un cinismo che riscuote comunque più interesse e più simpatia del vostro sentimentalismo di donne diseducate a pensarsi fuori dalla relazione di coppia.

    Devo ancora incontrarla una donna, specie se madre, che dica qualche cosa di sensato sugli uomini; una che non infili stereotipi come perline e che non cada in contraddizione alla seconda frase. (Per esempio, una donna che non tiri in ballo l’“uomo giusto” da incontrare o appena incontrato – ed è sempre l’ultimo che si tira appresso).

    Gli uomini conoscono poco le donne, le conoscono male, non le conoscono per niente, e la ragione è tanto semplice quanto inavvertita: non ne hanno bisogno. Di una donna basta conoscere i conformismi, il sentimentalismo a manovella, le cerniere della femmina – che sono di fabbricazione maschile, sicché capirai che sforzo. Un uomo che esprime un luogo comune sulle donne sa di non incorrere in conseguenze spiacevoli. Anzi, il più delle volte si vede dare ragione dai fatti. Una donna che esprime ad alta voce un luogo comune sugli uomini, se lo vede ritorcere contro alla prima occasione, spesso a opera di un’altra donna, una donna come lei, anticonformista a parole. Perché la verità è che, alle soglie del Terzo Millennio, una donna ha bisogno di un uomo accanto a sé, che voglia affermare o negare se stessa, mentre il contrario non si dà.

    L’ideologia di una velina è banale, squallida, deprimente, ma il suo radicamento nella realtà è un fatto indiscutibile di cui si colgono i vantaggi anche senza bisogno di condividerli. Una velina non offre solidarietà a un uomo né si aspetta di riceverne in cambio; per lei gli uomini sono tutti uguali e vanno strumentalizzati prima che siano loro a farlo – il che non esclude matrimonio e maternità, ovviamente. La velina non si oppone al machismo: lo asseconda cercando di piegarlo ai propri obiettivi di successo serenità quieto vivere. Evita di entrare in polemica aperta con la figura maschile e ne coltiva le debolezze dando per scontato che siano immedicabili. La donna-oggetto non parte da una versione del maschio per tentare di produrne una diversa: resta in quella che, secondo lei, è l’unica versione plausibile, piatta, prosaica. Se trova delle eccezioni, non è perché creda nell’eccezione, ma per darla a bere all’uomo di cui ha bisogno e che ha bisogno urgente di essere idealizzato.

    Voi che dite di respingere il machismo e la visione della donna che sottintende, sembrate tutte più sprovvedute, più bisognose di aiuto e di comprensione di una donna-oggetto che al machismo sta appesa come un cucciolo a una mammella. Dichiarate a tutto spiano che non esistono uomini e donne bensì persone con pari diritti e responsabilità; ma la frase non realizza da sola, per incanto, la realtà che enuncia. Promuovete incontri, vi riunite in clan, scandite slogan, fate indigestione di buoni propositi, ma gli equilibri di potere restano immutati. Né vi insospettisce che gli uomini – inclusi i vostri cosiddetti compagni – non siano allarmati da questi raduni e anzi li considerino con benevolenza e vi incoraggino a parteciparvi.

    Una donna che sottoscrive lo stereotipo della donna-oggetto è molto più smaliziata di voi. Nessuno può dire con sicurezza se e fino a dove è apparente il suo ossequio dello status quo, perché nel mondo della velina tutto è apparenza. Una velina può dire la cosa più scema del mondo – per esempio di aver fatto, partorendo, l’esperienza della maternità – e non crederci in cuor suo. A nessuno verrebbe in mente di indagare se l’affermazione riflette o meno un pensiero individuale, poiché per definizione a una donna-oggetto il pensiero è dato, non è mai roba sua. Ma voi che dite di rinnegare lo stereotipo della donna tutta tette, non potete, in qualità di persone, lamentare le omissioni e le inadempienze degli uomini e poi, come femmine, avallare la precedenza che l’uomo ha da sempre nelle vostre vite. Così facendo vi costringete a posizioni ambigue, ad affermazioni ambivalenti, a comportarvi in modo diverso da come avete progettato. Non potete fare riunioni di mamme e poi sorvolare sugli effetti che non producono. Non potete invitare a parlare di maternità e non vedere che tutte le mamme la presentano come un valore di per se stesso, un’esperienza che si spiega da sé, che produce i suoi significati per virtù propria. (Fa eccezione l’intervento di Giulia Blasi, che semmai ha un difetto, è di eccedere in delicatezza.)

    Ma guardatevi un poco, mamme che fate comunella in rete. Tutte desolatamente dalla parte della ragione; tutte vittime, tutte protagoniste passive di una realtà che vi ha respinto su Internet, là dove non c’è più nessuno a rinfacciarvi le vostre connivenze e a farvi sentire responsabili della condizione in cui siete. Tutte lì a ripetere in coro che alla condizione della donna, disastrosa, corrispondono per lo meno una vitalità, uno spirito di iniziativa, un pluralismo di cui il web sarebbe la testimonianza.

    Per quel che vedo io, i contrasti tra uomo e donna, più vivi che mai, una volta trasportati in rete si dissolvono come un asteroide centrato da un raggio gamma dell’Enterprise. La discussione finisce ancor prima di incominciare perché non c’è dissidio se non intorno a questioni accessorie, tipo chi deve cambiare i pannolini e portare all’asilo il bebè. Sulle questioni fondamentali l’assenso è tanto unanime quanto silente, sicché il raro contraddittorio che prende la parola dopo un tot si stufa (nessuno gli dà retta) e passa tra le file della maggioranza. Anche per questo le vostre voci suonano tutte uguali, anonime, intercambiabili. L’allargamento della rete è un nuovo argomento a favore dei difensori dello status quo, i quali hanno ogni interesse a esaltare la retorica della comunicazione allorché ad animarla sono voci prive di individualità.

    Su, gente, un po’ meno di demagogia all’italiana: non è vero che chiunque prenda la parola ha qualcosa da dire. La maggior parte delle mamme dovrebbe ascoltare anziché aprire bocca – o documentarsi, che non sarebbe male: lo sapete che nessuna di voi ha l’aria di aver preso nota dei precedenti storici del dibattito? E sì che sono ricchissimi. E invece, sembrate tutte uscite ieri da una placenta intellettuale. La vostra idea di pluralismo consiste nel non distinguere mai, in nessun caso, il contributo autorevole da quello inane, se non proprio cretino. Distinzione resa ulteriormente complicata dalla modalità di intervento prevista al barcamp (termine orrendo, da buvette fantascientifica): tutti sono liberi di dire qualcosa, tutti sono liberi di ascoltare o di rifugiarsi negli “interstizi” (ma perché non dire chiaro e tondo: liberi di bere e farsi gli affari propri?). Io lo considero irrispettoso verso i pochi o le poche che parleranno avendo qualcosa da dire. Davanti si troveranno un pubblico distratto, volubile, maleducato, incapace di focalizzare l’attenzione, occupato da cellulare, pc, twitter e compagnia brutta. E questa sarebbe la modernità secondo voi? Vi sentite moderne facendo tre cose alla carlona invece che tentare di farne bene una? Ditemi voi come fa una reazionaria che si crede progressista a prendere coscienza del suo integralismo a rovescio se le progressiste che dovrebbero farglielo notare stanno mescendo superalcolici o chiacchierando di baby doll… Per tacere del vocabolario che adoperate: “brand”, “speech”, “gestione della diversity”, “demarcazione cognitiva”. Ma come si fa a parlare così? Sembrate degli emigranti che hanno scordato la lingua del paese d’origine senza aver ancora imparato quella del paese nuovo.

    Ricordate il mito offerto dal vecchio capitalismo agli uomini per dominarli? Era l’eccezione, la volontà di emergere sgomitando, l’ambizione di trovarsi un posto tra i padroni o accanto a loro. Il nuovo mito, offerto stavolta dalla globalizzazione, è la sedentarizzazione, la chiacchiera comunitaria di basso profilo, il minimalismo esistenziale accessibile tramite l’uso condiviso di alcune macchine domestiche, computer in testa.

    Il controcanto del capitalismo vecchia maniera era la rivolta, la disubbidienza civile, l’emarginazione rivendicata con orgoglio, con rabbia, trasformata in un’arma. Il controcanto della globalizzazione via web 2.0 è l’irrealtà di gruppo, l’infelicità remissiva che rifiuta di riconoscersi e prende le apparenze di un ottimismo stridulo, inane. Entrando negli ambienti del capitalismo vecchio stile trovavi un muro a respingerti. Nel web ti accoglie l’ovatta: tutto si smorza in un cicaleccio da formichine affaccendate per niente, indaffarate soprattutto a congratularsi tra loro.

    L’industria culturale ha ribaltato il fronte e si è portata di fianco alle minoranze di ieri. È venuta incontro, separandola dalla massa dei consumatori, alla massa delle donne insoddisfatte dei vecchi ruoli e ancora disorientate dai nuovi; una massa che aspira a recitare da protagonista ma che non ha elaborato un protagonismo originale, ereditando tutt’al più quello virile. L’operazione sembra riuscita.

    L’ex-élite maschile (dico ex non perché abbia smarrito la leadership, ma perché oggi tutto è élite) non trova più opposizione dal basso, né si saprebbe che cosa contrapporle dall’alto. Non esiste più lo scontro. Fino a  ieri la donna si trovava di fronte il maschio fallocrate; oggi non trova che se stessa. Ieri doveva guardarsi da un nemico, oggi dalle false amiche. Alla mancanza di consenso si è sostituito il consenso con motivazioni equivoche. Il maschilismo di un tempo era chiuso, unilaterale (appannaggio dei maschi) e, per quanto riguarda il linguaggio, analfabeta. Quello nuovo è onnivoro, verboso, saccente, e lo coltivano le sue vittime.

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    14 Commenti to “Lettera aperta alle mamme fintamente moderne che chiacchierano in rete”

    1. Domitilla Ferrari Says:
      03.06.2009 at 14:56

      me ne lascio una seconda parte da leggere poi, per ora sono arrivata a metà :-D

    2. Patrizia Says:
      03.06.2009 at 15:12

      Accidenti che rancore! Ma stai parlando di te.

    3. Emilia Says:
      03.06.2009 at 15:28

      Non ci posso credere che queste cose le abbia scritte un uomo! Se davvero davvero fosse così…che liberazione! Le stesse cose le penso io ( cioè…da donna qualche appunto lo farei,ma proprio pochini pochini…),ma quando le dico vengo aggredita!Sai che bello….non vedo l’ora di leggere donne e mamme dirti che sei un’insesibile e un superficile..come tutti gli uomini,del resto!:-)

    4. cristina Says:
      03.06.2009 at 20:04

      Caro Marco Cavalli, la tua filippica verso le mamme “fintamente moderne” che chiacchierano in rete oltre ad essere lunghissima (accidenti: 13.403 caratteri – spazi inclusi!!) e, a tratti, assai aggrovigliata è nondimeno tediosa e arrogante.
      Una lettera aperta assolutistica, che sprona a desistere nella lettura dopo le prime righe, che riprende un assunto che non da adito al dibattito.
      Una lettera aperta che riconduce, a quanto pare, ad un’unica visione (la tua) di uomo che disprezza e disapprova il piacere delle donne, in generale, a confrontarsi in una sede più libera quale, ad esempio, quella del web.
      Definisci le donne in due schieramenti ben precisi (perché dalle madri sei scivolato alle donne in generale senza grossi problemi) la mignotta appariscente e succinta, che ci viene propinata dai mass media e che tu ben apprezzi ed approvi con un panegirico nemmeno tanto nascosto, e la donna che si cela dietro il virtuale, con estrazione media, lamentosa e insignificante.
      Più che una lettera aperta, dove di fatto si porta a conoscenza dei fatti qualcuno in virtù di qualcosa, sembra un esternazione rabbiosa verso una persona specifica che a tuo avviso leggerà questo tuo scritto e ne trarrà le dovute conclusioni.
      Personalmente non condivido molti, forse troppi, punti di questo tuo sfogo ma poiché mi sono già presa molto spazio per “richiamare” la tua attenzione più che altro sul modo di porti, non mi resta altro tempo per disquisire su alcuni punti che avrebbero potuto portare ad un confronto interessante.
      Buon proseguimento, Cristina

    5. ci_polla Says:
      03.06.2009 at 23:28

      Senti…senti proprio quando avrei voluto che si smettesse di parlare di mamme e di donne, ma di persone. Intenerisci per l’asprezza dei tuoi toni.
      Sorprendi per il riconoscimento delle tue debolezze di uomo: Forse anche di padre?
      Non importa, leggendo mi annoiavo un po’, ed ho poi capito che forse è soltanto perché hai detto cose già sentite. Siamo andati oltre. Se vuoi ti aspettiamo.

    6. lorenza Says:
      04.06.2009 at 10:35

      ne condivido una buona metà, e di un’altra buona metà vorrei discutere. ma l’ho letto tutto, nonostante la fretta e la lunghezza, col sorriso sulle labbra, che adoro le provocazioni politicamente scorrette. quello che non capisco è: ma che ne sai tu che non siamo tutte gnocche come le veline, scusa?!? ;-)
      però non puoi negare che ci sia un maschilismo di ritorno. te lo dice una che ha sempre evitato come la peste le combriccole in genere, e quelle delle donne in particolare. noi ce la contiamo e ce la cantiamo, è vero, ma forse è (anche) da qui che si riparte.

    7. Panzallaria Says:
      04.06.2009 at 11:48

      quoto in pieno lorenza: mi piacciono le provocazioni, in parte condivido ma trovo questo post assolutamente arrogante. Non ti interessa sapere nulla delle donne e lo dici, il punto è che alla fine ti fermi anche tu agli stereotipi e ti accontenti del modello velina in cui fai rientrare chiunque.
      Secondo me se eri un poco più umile riuscivi anche – con un pugno nello stomaco – a fare pensare più persone, così purtroppo è lei a farla da padrone.
      peccato
      persa una buona occasione per proporre un ottimo outing
      ciao
      panzallaria

    8. primis Says:
      04.06.2009 at 12:13

      non ne farei una questione di genere. anche il maschio bivacca tra il calciatore che colleziona veline e l’impoltrito che sbava davanti alla tv. anche lui è sempre lì tra lo scapolo e l’ammogliato come la donna è tra la velina/puttana e la mamma/donna seria.
      non è questo il punto. non è un problema che le donne chiaccherino in web. hanno sempre chiaccherato tra loro le donne. prima lo facevano a veglia davanti ad un portone, ora lo fanno davanti ad una telecamera.
      poco cambia.
      il problema è il dimostrare di fare. il fare delle donne per la società (e non per se stesse che lascia il tempo che trova).
      questo non si vede, non lo si riconosce e spesso non trova spazio.

    9. Jolanda Says:
      04.06.2009 at 13:15

      Leggendo post come questo mi convinco sempre di più di una cosa: UOMINI e DONNE NON SONO UGUALI. E’ inutile batterci per l’uguaglianza.

      NOI SIAMO SUPERIORI. Non ce n’é per nessuno!
      ;)

    10. armonicasolar Says:
      04.06.2009 at 18:25

      Chiamata in causa per la “demarcazione cognitiva” vorrei precisare: esistono i linguaggi settoriali e hanno uno scopo. Non c’entra niente l’essere donna, madre e compagnia bella. Il mio errore è stato usare un termine settoriale in un mezzo come lo è un blog (altro parolone brutto, eh?). Lo stesso errore che hai fatto tu, Marco, nell’inserire un testo troppo lungo in un contenitore come questo. Ma siamo umani, uomini e donne, e capita di sbagliare.

      Hai detto delle cose molto interessanti e immagino che tu cerchi di spronarci a riflettere. Per questo ti ringrazio.

      Carolina

    11. Veronica Says:
      05.06.2009 at 19:27

      Che fatica leggere fino in fondo questo post! Devi averci messo un sacco di tempo a scriverlo. Ma che minestrone! Mi sembra che metti insieme un po’ troppe idee con poca lucidità.
      Quello che è chiaro è che sei molto misogino: o veline-finte sceme ma socialmente furbe o web-racchie lamentose. Ma in mezzo non c’è niente? Non frequenti altri tipi di donne? Nella realtà, dico.
      Donnette, statevene zitte, ma che cavolo avete da dirvi ai momcap? Cosa sono, mercatini delle pulci?

      Io sono una mamma blogger e personalmente non mi sento moderna. Mi sento antica, vivo una vita antica, che ritengo però originale ed appagante. Parlo, scambio opinioni e conosco gente sulla rete. Una piazza virtuale, questo può essere considerato moderno. Discorsi di basso profilo? Sul web c’è di tutto e quello che è di valore per te può non esserlo per me, a cominciare dal calore e dalle relazioni tra donne, che comunicano in modo diverso dagli uomini.
      Da quando uso massicciamente il web produco fatti, comportamenti, cose reali. Risultati. Non mi sembra di sprecare il tempo in cose inutili.
      Non sono invisibile nè lo sono i miei pensieri.

      Mi piacerebbe conosceri, caro MC, per vedere che tipo è uno che pensa queste cose usando tutto questo spazio. Magari ti fa piacere: anche se blog mammina sono una bella stanga.

    12. unamamma Says:
      09.06.2009 at 11:28

      Finalmente un uomo che si sfoga.

      Pensavo che la depressione pre/post parto e la necessità di liberare le proprie emozioni fosse prettamente femminile, invece mi fa piacere che un uomo abbia avuto il coraggio di farlo in un’area di blogger.

      Mi dispiace però, caro Marco, che tu ce l’abbia tanto con il genere femminile. Forse sei proprio tu ad avere dei preconcetti.

      Il pregio di quest’associazione a delinquere di blogger è che c’è solidarietà, c’è collaborazione, c’è comunicazione. Tutte per un unico scopo: dare il maggior numero di informazioni, aiuti, consigli, valvole di sfogo alle future/neo mamme e a quelle che lo sono già da tempo.

      Io credo molto in quello che faccio e le critiche altrui non mi toccano.

      Grazie per averci offerto il tuo parere. Per fortuna esiste la libertà di pensiero,

      Giuliana Girino – http://www.unamamma.it

    13. elisabetta Says:
      09.06.2009 at 14:44

      troppo lungo per essere vero :)

    14. Le mamme, la rete. Più asfissiante di così… « Exploradora Says:
      04.09.2009 at 19:35

      [...] miei conoscenti controcorrente a scrivere (ad esempio Auro, in tono scherzoso, o Marco Cavalli, con ragionamenti molto articolati e duri). Niente: o c’erano battutine o rifiuto totale. Poi durante il Momcamp fu chiaro come la maggior [...]

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