Addio libertà

“Ciao Roberto!”
“Ehi Vale”
“Allora, quanto manca?”
“Eh un mese”
“Così poco? Ormai sarà una mongolfiera!”
“Sì, sì, ormai sì”
“Bene, sei pronto?”
“Mah…”
“Come mah?”
“Eh, sono le ultime battute, poi è la fine”
“Se mai l’inizio”
“No, è la fine della libertà, basta”.
“Se la prendi così andiamo bene”
“E’ la verità mia cara, la triste verità…”
Valewanda è basita. Manca meno di un mese, e la moglie del barista Roberto, quello all’inizio della via, sfornerà il suo piccoletto.
Roberto ha l’aria affranta, una paura folle di non poter più fare, decidere, andare… un’aria stanca ancora prima di cominciare… un’aria terrorizzata, di chi si chiede “ma chi me l’ha fatto fare?”
Te lo dico io caro Roberto, chi te l’ha fatto fare.
Un bambino appena nato, che ti viene messo tra le braccia così, tra capo e collo, da mani esperte che ti sembrano così pericolose, con quell’esserino che potrebbe rompersi come un cristallo.
Un bambino che piange, si dimena, fa sentire il suo grido che ti sembra un sussurro, una poesia, e ti chiedi com’era prima che nascesse.
Un bambino che ha fame sempre, all’inizio, ma ti sembra che non mangi mai abbastanza, e ti chiedi se, come, perché, e non sai rispondere.
Un bambino che non sai a chi somiglia, qualcuno dice a te, qualcuno a lei, ma tu senti solo che sei lì per proteggerlo.
Un bambino che non ti fa dormire, che sbatteresti la testa contro il muro pur di farlo stare zitto, ma che ti fa sciogliere per il primo sorriso, proprio a te, che lo stai guardando.
Un bambino che non ti fa più andare in moto per il tuo classico viaggetto verso il mare, e che ti guarda mentre carichi la berlina per le ferie come fosse un tir e pensi: “Eh, l’anno prossimo mi tocca cambiare la macchina”.
Un bambino che agli aperitivi non ci vai più, e ti trovi a correre a casa per vederlo giocare almeno mezz’ora prima che crolli addormentato tra le tue braccia, insieme a te.
Un bambino che ti fa mangiare alle dieci di sera perchè “Caro, aspettami un attimo che vado a farlo addormentare”, e poi non vedi nessuno e sai che tua moglie si è addomentata insieme a lui.
Un bambino che grida per le coliche, e ti costringe a cullarlo con la mano sulla pancia finché, stremato, inizi a pensare che il mal di pancia prima o poi verrà anche a te.
“Vedi che ho ragione Vale? E poi?”
E poi questo bambino cresce.
E mangia quello che mangi tu, un piatto di lasagne e una coscia di pollo, e allora cucini una volta sola, punto e basta.
E inizia a somigliare a te, “Papà, giochiamo a palla?”, e non ti sembra vero che anche a lui piaccia il pallone.
E inizia a dormire tutta la notte, come un angelo, e finalmente si può ancora uscire, leggere, chiacchierare, fare dell’altro, e lui non si sveglia fino al mattino.
E inizia a venire in giro con te, e si può ricominciare a fare viaggi, giri, week end come nulla fosse, o quasi.
E agli aperitivi ci porti anche lui, che si diverte, insieme agli altri figli, cresciuti anche loro, tu torni a ordinare un mohito, lui un bel succo alla pesca.
E mangia insieme a te alle otto, tutti insieme, piatto dei Barbabapà e bicchiere di Paperino, “Buona mamma questa pasta, brava!”.
E le coliche sono solo un ricordo, lontano, lontano.
E poi, quando finalmente dichiari che dal tunnel sei uscito, “Non c’è storia ragazzi, tutt’altra vita!”, tua moglie ti sorride, con un pacchetto in mano, con dentro un ciuccio d’argento, e un test di gravidanza fiammante.
E le linee sono due, come i tuoi figli.
“Capito Roberto?”

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