Non si mette la retro
Forse sono la persona meno adatta a parlare di sicurezza in città, e chi mi ha visto andare in bici per Milano forse conosce il perché. Mio marito anche. Vi prego non chiedetegli del mio incidente, potrebbe tenere banco per l’intera serata.
Ma voglio spiegarvi alcune cose.
Mi piace fare rewind e trovare le motivazioni di partenza.
Dovete sapere che sono cresciuta nel quartiere Mirafiori Nord a Torino negli anni ’70. I miei amici erano i figli degli operai della Fiat o degli impiegati dello stesso stabilimento.
L’automobile di famiglia era un 127 rosso che quando partivamo di notte per le vacanze diventava un comodo letto. Non ho mai capito come facesse mio padre a piazzare le valigie sotto e noi sopra che salutavamo i camionisti (altro che cinture di sicurezza!). A dire la verità mio fratello faceva solo le boccacce. Mi ricordo il rumore, il caldo del mattino e l’odore della benzina quando ci fermavamo dal distributore. E mi ricordo che un giorno mio padre con la faccia sconvolta esclamò: “Mille lire al litro???”
Arrivarono gli anni ’80 ed io facevo l’autostop, non avevo tempo e voglia di prendere la patente. Ma mi sono divertita un sacco. Ho anche rischiato, vero. Ma su certe cose sono sempre stata sveglia. Torino era una città inquinata e incasinata, la sua natura squadrata non l’ha mai aiutata. I semafori rossi torinesi duravano giusto il tempo di un riposino, ed io ho scoperto la bicicletta.
Negli anni ’90 ho lavorato nei villaggi turistici. Il massimo della vita per una che come me non sopporta sprecare tempo nei tragitti obbligati quotidiani. Il tempo di percorrenza camera-ufficio non è mai stato più di 90 secondi, ovviamente a piedi.
Poi Milano, un compagno e una bambina e poi anche un’altra. Altro che il villaggio!
I tempi sono minimi e io ormai la patente non l’ho presa. Ma avete presente cosa vuol dire a luglio a Milano con un porta enfant e un contenuto che ha solo 15 giorni di vita prendere un pulmann affollato e passarci una malsana mezz’oretta? Sì, sì lo so che andare a prendere l’acqua in Africa con un bambino in spalla per 20 chilometri è peggio.
Ma io non mi sono divertita e la volta dopo ho preso un taxi.
Milano è piccola. Sono comunque convinta che dobbiamo pedalare ed evitare di prendere la macchina per fare 2km e accompagnare i figli a scuola, anche per avere una città più pulita.
Ma è vero che rispetto agli anni ’70 le macchine sono migliorate un bel po’.
Io amo viaggiare, con qualsiasi mezzo. Amo la dimensione del viaggio e guardare fuori dal finestrino (nel frattempo ho preso la patente e da quel giorno non ho più guidato). Amo la nostra macchina nuova: comoda come un salotto con il piccolo frigo per le lattine e la possibilità di caricare un telefono… e quelle sfacciate delle bambine che vogliono salire in macchina solo quando è già fresca perché il papà gentile ha acceso prima l’aria condizionata e poi magari guardano un film sul computer…
Siamo viziati, vero. Ma non si torna indietro, non si può, non si mette la retro. Chissà come sarà avanti…
Forse ritorno a fare qualche guida. Forse.


























Vero, Milano è piccola e piatta (abbastanza, insomma) eppure non si ipotizza che ci si possa girare in bicicletta. E usare la macchina per viaggiare lontano, non in città, e guardare fuori dal finestrino, che bello!
7 ottobre 2009 alle 11:22quello che stavo cercando, grazie
29 ottobre 2009 alle 12:27