“Il tempo è denaro”

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Post di M di MSManager di Me Stessa

Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase?

Mi chiedo cosa significhi veramente denaro, se siamo sempre lì a visualizzare l’immagine del tassametro o se possediamo qualche variabile relativa che ci consenta di percepire diversamente questa parola trasformandola – chessò – in soddisfazione personale, obiettivo raggiunto, vantaggio acquisito. Dandole cioè un attributo di qualità e non solo di quantità.

Penso che noi madri, trovandoci quotidianamente a disporre di tempo scarso e limitato per svolgere un considerevole numero di attività spesso ripetitive e non retribuite, facciamo i conti con i minuti, con l’ansia di riuscire a fare tutto. Sì, ma con soddisfazione, coinvolgimento, interesse? Riusciamo a non perderci di vista mentre facciamo le taxi driver in giro per la città portando i figli a basket, nuoto e catechismo? Troviamo il tempo per coltivare i nostri interessi mentre la pentola bolle sul fuoco? E poi, riusciamo a restare sole – oh, da sole finalmente! – per almeno un quarto d’ora, senza che nessuno, nemmeno il marito, voglia qualcosa da noi?

La risposta è SI’ e si chiama condivisione dei compiti. Siccome i genitori sono due non si capisce perchè il taxi driver debba essere solo uno. Mi chiedo poi dove siano finiti tutti quegli uomini che fanno i fighi con gli amici vantandosi della propria ricetta del ragù quando a casa non lo fanno mai. Per non parlare delle mezzorette di lettura dei fumetti in sala da bagno, il che va benissimo, quindi io mi sparerei una mezza giornata dal parrucchiere.

Esiste poi una categoria di tempo a parte, cioè il tempo di chi sta a casa a fare la mamma o a lavorare come libera professionista.
E’ il tempo dell’infinito. Nella considerazione degli altri membri della famiglia.

Per definizione chi sta a casa “ha tutto il tempo necessario per fare qualsiasi cosa”. Per questo il suo tempo diventa come un imbuto in cui versare ogni necessità: il commercialista, la posta, la banca, la scuola, la riunione di condominio, i nonni da gestire. Perciò chi lavora da casa deve darsi degli orari, come se fosse in ufficio, una “no fly zone” temporale, in cui fare cose solo per se stessa, dandosi delle priorità. Difficilissimo.

Comunque, che si abbia tanto o poco tempo per fare le professioniste, le mamme, le mogli e le casalinghe, resta il fatto che a questo tempo comunemente non si attribuisce un valore economico. D’accordo, questo post è partito da ben altre premesse, che quantificare non può essere la sola variabile, però… Però il valore economico c’è e contare economicamente significa contare anche politicamente.

Gli americani puntano sempre al sodo, non hanno il nostro terribile senso di colpa nel parlare di soldi ed anzi ne vanno orgogliosi. Su internet trovate un sito USA di recruiting che ha una sezione dedicata alla valorizzazione del lavoro casalingo part-time o full-time. Provate a compilare il form, così, giusto per avere un’idea. La parte più divertente, ma anche più realistica, è quella in cui vi si chiede di quantificare le ore che settimanalmente dedicate a fare la cuoca, la donna delle pulizie, la baby-sitter, ma anche la nutrizionista, la psicologa, la event planner (la festa di compleanno dei pupi, il battesimo etc.), l’assistente amministrativa (le bollette, la banca), la tintora (stirate, no?) e la tassista of course…

Per la cronaca io dovrei prendere sui 200.000 dollari l’anno. Non male.

Magari se iniziamo a parlare di denaro e status casalingo quasi quasi i nostri uomini lo troveranno il tempo per la famiglia, non pensate?

Foto di PhPhoto


2 commenti

  1. marcella:

    posso dare un voto a questo post? 10 e lode!

  2. giuliana:

    posso dare una testimonianza diretta di chi rientra nella categoria delle libere professioniste. ho lavorato in azienda fino all’anno scorso, quando ho deciso che ne avevo abbastanza e mi sono messa in proprio. però, si sa, una start up non ha tutti questi soldi, e così da allora lavoro da casa. e qui casca l’asino. se sono fisicamente a casa il mondo si sente autorizzato a pensare che io stia a casa e basta, per così dire. il risultato è che non riesco più ad organizzarmi: per dire, la casa era molto più a posto quando tornavo a casa alle 8 di sera che adesso. perché dentro di me è scattato qualcosa: non sono la cameriera o la badante, faccio un altro lavoro, ed è come se questo status dovesse essere continuamente sottolineato, non solo e non tanto verso la mia famiglia, che dovrebbe avere ben chiara la cosa, quanto verso il mondo di fuori. la vicina, la tata, la colf, è evidente che non se ne fanno una ragione.
    non credo però che ci sia una via d’uscita, anzi, ne vedo una sola: tornare a lavorare fuori, in un qualche luogo fisico che restituisca legittimità a quello che faccio e non faccio.
    quindi, riguardo allo stipendio, io mi sono tagliata fuori dalla possibilità di “valere” 200.000 dollari. volontariamente, ma non è facile lo stesso.

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