Lavoro e maternità. Sono davvero inconciliabili?
Di Serena – Genitori Crescono
Qualche sera fa mi trovavo a Milano con un folto gruppo di blogger, e tra una birra bollente e un pezzo di pizza gommosa abbiamo iniziato a parlare di maternità e lavoro.
Che le donne/mamme siano penalizzate sul lavoro in Italia non fa più nemmeno notizia. E’ poco più di un luogo comune, caratterizzato da frasi di circostanza: “ho avuto un figlio e ora sono a casa. Che vuoi, non mi hanno rinnovato il contratto. ” suona un po’ come “visto che bella giornata oggi signora!” e “non ci sono più le mezze stagioni”. Si dice, si sa, lo sanno tutti. Ma che ci posso fare io? E’ un paese che va a rotoli. Ognuna affronta questa fase come può.
Ci sono quelle che si rassegnano. Accettano il cambio, stanno a casa, si trasformano in casalinghe perfette. Magari aprono un blog di scrapbooking o producono e vendono fasce portabebè al chilo. Trovano un loro nuovo equilibrio, e fanno pace con il mondo e con la maternità. Beate loro!
Ci sono quelle che non si danno per vinte. Tirano fuori unghie e denti. Si attaccano al lavoro come ad un salvagente in mare aperto, e che se pure prima della maternità stavano nell’ufficio vista colosseo con vetrate su 3 lati e 10 persone e un budget da gestire dimostrano all’azienda che pure dallo scantinato in cui l’hanno relegate (perché hanno dovuto improvvisamente riorganizzare il personale) dopo essere rientrate al lavoro riescono a tirare fuori le “palle” e dimostrare che valgono qualcosa. Iniziano a lavorare 15 ore al giorno, leggono le email con l’iphone pure dal bagno e in breve tempo risalgono la scala delle gerarchie nell’azienda, riprendendo possesso di un ufficio con finestra (ma difficilmente quello pre-maternità). E il pupo? Gli scattano foto mentre dorme la sera quando tornano a casa, così che possono guardarle tra una email e l’altra mentre sono in bagno. Attenzione non sto criticando questa scelta di alcune mamme, perché ci sono moltissimi padri che fanno esattamente la stessa cosa e a nessuno verrebbe mai di criticarli per questo.
Poi ci sono tutte le altre. Quelle che cercano di conciliare lavoro e famiglia. Che fanno i salti mortali a tenere tutti i piattini in equilibrio, e vivono costantemente un senso di insoddisfazione e di ineguatezza, oltre ad un profondo senso di ingiustizia.
Tornando al mio incontro a Milano con altre blogger, una di loro mi ha detto che tutto sommato era contenta della sua azienda, perché l’hanno assunta sapendo che aveva due bambini piccoli. Alle mie insistenti domande sul ritmo di lavoro ha confessato che lavora 12 ore al giorno e che se le capita di uscire alle 8 meno un quarto, il capo le fa la battuta dicendo “si fa il part-time oggi, eh?!” Un altro commensale, sarà stato per l’effetto della birra bollente, gli ha risposto: “che culo! Ti permettono pure di lavorare 12 ore proprio come tutti gli altri!”
Ecco questo per me è il Problema. Il vero problema che rende impossibile avere dei figli in Italia.
Il perverso meccanismo alla base di questo diffuso spleen della famiglia italiana.
La cultura del lavoro in Italia è stantia. Puzza di vecchio, di immobilismo. La produttività si misura in ore passate in ufficio. La capacità in anni di anzianità. L’innovazione, la creatività, la flessibilità sono parole vuote di significato.
Io ho la fortuna di vivere in Svezia. Un paese in cui, seppure con i suoi problemi perché non è un mondo perfetto, ha politiche del lavoro e della famiglia che sono considerate all’avanguardia. Quale è la differenza? I genitori hanno 480 giorni di congedo parentale, di cui 240 pagati all’80% dello stipedio. Inoltre hanno la possibilità di chiedere di lavorare part time, concordandolo con l’azienda.
Ho detto i genitori: mamme e papà.
I papà si prendono il congedo parentale. Non tanto quanto le mamme, e c’è sempre la possibiltà di migliorare, ma se lo prendono anche loro. Quando mio marito ha detto ai suoi colleghi uomini che voleva prendersi 6 mesi, ha espresso i suoi dubbi per via di un certo progetto sul quale aveva appena iniziato a lavorare. Gli hanno risposto: “non ci pensare nemmeno. Questi anni, con i figli piccoli passano in fretta e non tornano più. Goditeli finché sei in tempo. Al lavoro ci penserai dopo.”
Mi sembra già di sentire i cori: “eh, sì, ma lì sono troppo avanti! Noi non ci arriveremo mai.”
“Qui c’è una mentalità tutta sbagliata. Pensa che c’è una mia collega che è rimasta incinta appena firmato il contratto.”,
“Da noi si mettono tutte in congedo anticipato”
Lasciatemi fare un altro paio di considerazioni.
Il fatto che una donna sparisca per qualche mese a causa del congendo parentale in Svezia non è visto come un problema. Perché? Perché l’azienda lo sa per tempo, si organizza, cerca un sostituto esterno se necessario per il periodo di assenza della sua dipendende. E poi si continua come prima. Una donna non viene penalizzata nella ricerca del lavoro a causa del suo potenziale diventare mamma. Perché? Perché anche un uomo se diventa padre sparisce in congedo parentale. Il che riporta tutti alla casella di via, uomini e donne insieme. Il fatto che una madre o un padre spariscono in congedo parentale non è un problema. Perché? Perché c’è un concetto di lavoro flessibile. La gente non si identifica con il lavoro che fa. Le persone sono prima di tutto individui. Oggi tu vai in maternità, domani io mi prendo un anno sabbatico per imparare ad andare sul surf in Australia. Ma i neogenitori hanno necessità che cozzano con i tempi di un’azienda. Lo sanno tutti. Il bimbo si ammala, le riunioni a scuola, il saggio di danza, il brevetto di nuoto. Mai sentito parlare di flessibiltà, telelavoro, lavorare a obiettivi e non in base agli orari? E infatti non sono solo i neogenitori a non lavorare 12 ore in ufficio. Sono tutti. Non c’è nessuno in ufficio dopo l’orario stabilito. E se c’è un urgenza, un periodo speciale, delle scadenze, si sta in ufficio fino a tardi, ma poi si recupera con orari flessibili, vacanze in più, e al limite più soldi nello stipendio. Ma non è la regola. E’ l’eccezione. E allora ecco che non sono solo le mamme e i papà alla casella del via, ma tutti i lavoratori in ugual misura.
Io credo che il vero salto di qualità per le famiglie italiane si otterrà solo cambiando la cultura del lavoro.Quando anche chi non ha bisogno di andare a prendere il figlio all’asilo si rifiuta di stare in ufficio a scaldare la sedia fino alle 8 di sera, perché non c’è nessuno che è in grado di produrre e lavorare in modo efficace 12 ore al giorno, tutti i giorni. Chi oltre al lavoro, che magari svolge anche con passione, ha una vita, degli hobby, delle attività altre da svolgere. Perché anche le attività svolte al di fuori del luogo di lavoro arricchiscono le persone, e l’esperienza della maternità o della paternità possono diventare una marcia in più. E una persona che è soddisfatta sul piano personale, e si trova bene nell’ambiente di lavoro, allora spinge e da il meglio nelle sue 8 ore, e produce anche più che se stesse li 12 ore.
Perché si sa che se il posto di lavoro è un luogo accogliente, se i colleghi sono simpatici e il lavoro di tutti è apprezzato la produttività aumenta. E finisce pure che quando una donna resta incinta non abbia nessuna voglia di mettersi in congedo anticipato, perché andare in ufficio è quasi un piacere.


























ero presente alla chiacchierata, per cui come la penso lo sai già.
4 giugno 2010 alle 12:02ma mi interessa soprattutto quello che dici riguardo la cultura del lavoro in italia. credo che l’idea sia quella molto anni 80 per cui si è un sacco fighi se si esce dall’ufficio col buio anche d’estate. un po’ milano da bere, insomma. solo che sei talmente dentro questo meccanismo che non ti rendi conto neanche che la birra è calda e la pizza di gomma, non so se mi spiego.
dall’altra parte, non esiste cultura della famiglia, bensì cultura della maternità – con tutte le sue storture. non è un caso che uno degli argomenti con cui si voleva già tempo fa opporsi all’idea di portare l’età pensionabile delle donne a 65 anni come gli uomini, era il fatto che tutti i lavori di cura e accudimento, in italia, sono affidati alle donne, per cui, a conti fatti, a 60 anni una donna ha già lavorato molto di più di un uomo a 65 (vedi anche il post di veronica più sotto: http://www.momcamp.it/2010/05/31/%E2%80%9Cil-tempo-e-denaro%E2%80%9D/ .
non credo che sarà la nostra generazione a vedere qualche cambiamento, e forse neanche quella dei nostri figli. ancora troppe mamme hanno come modello marion cunningham, che era fuori tempo anche negli anni 60, figuriamoci oggi. fatto sta che l’idea è questa.
ma poi mi pongo anche una domanda: cambiamenti come questi possono essere guidati dal basso (o se non guidati, almeno promossi), o quello che serve è un’azione politica? forse ci vogliono entrambe le cose, e la chiave non possono essere solo le donne, ma le persone.
(lo sapevo, lo sapevo che veniva lungo e che non riuscivo a dire tutto!)
grazie del tuo contributo
Cara Giuliana, io credo che i cambiamenti veri avvengano sempre dal basso. Quando la gente inizia a reagire di fronte alle richieste pressanti di presenza in ufficio rendendosi conto che è una cosa inutile. Però è anche importante parlare di questi temi, perché come dici te quando ci stai dentro non ti rendi nemmeno conto di quello che stanno facendo di te. Ti sembra normale che ti richiedano di stare li fino alle 8 di sera, e ti senti persino grato all’azienda perché alla fine “ringrazia che hai un lavoro!”, mentre sei poco più di uno schiavo, pagato bene, ma uno schiavo. L’idea dell’iniziativa del CerVello di mamma e papà che portiamo avanti su genitoricrescono è proprio quella di portare a riflettere. Io probabilmente sono facilitata perché ho il vantaggio del punto di vista esterno, oltre che del confronto quotidiano con un mondo del lavoro completamente diverso, e mi sembra facile vedere che il re è nudo. Ma forse che è nudo lo vedono anche gli altri, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.
4 giugno 2010 alle 15:35Sono io che ti ringrazio per avermi ospitata!
Scusate, non sono mamma, non c’entro nulla, quindi. Sono arrivata qua dal blog di Wonderland, poi mi sono ingarellata nella lettura di questo bel post sul lavoro sotto al quale c’è un solo commento. Ma come uno solo?????? Cazzarola questo è un tema che mamme o non mamme tocca tutte/tutti. Il sistema del lavoro e della produzione in Italia è stantio e fa acqua da tutte le parti. E’ una vergogna ed è ora di cominciare a dirlo ad altissima voce. Ho una cara amica finlandese, è stata in Italia dieci anni e poi è ritornata nel suo paese e quando mi racconta la sua vita mi vengono le lacrime agli occhi. Lei è felice e realizzata, ha cambiato vari lavori, ha ri-studiato (è over 45), si è formata, specializzata, è sul lavoro dà il massimo. A quante di noi ciò accade?
4 giugno 2010 alle 16:49Be’ insomma il tema mi prende. Grazie per avermi ascoltata. Buon proseguimento e domani buon Mom Camp.
Serena, mi spiace ma non mi trovi d’accordo con quello che hai scritto.
Ero presente quindi non interpreto ma riporto.
La tua considerazione sulla persona che si ritiene soddisfatta del trattamento ricevuto dall’azienda in fase di selezione è parziale. La persona in questione sente di essere ed essere stata trattata bene perché è stata valutata per la sua formazione, esperienza e capacità di relazione, perché è correttamente assunta e retribuita, perché su di lei si investe in formazione, perché gode di diversi benefit che hanno un valore contabile, perché i suoi diritti vengono rispettati. E quindi NON SOLO perché non è stato preso in considerazione il fatto che avesse due bambini piccoli. Che poi la persona si trovi a lavorare 12 ore al giorno è una sua scelta, dura, difficile e discutibile ma è una sua scelta.
Hai fatto un’ottima analisi ma non hai dato una soluzione praticabile, se non quella che hai fatto tu, ora e adesso, quella di emigrare e andare a vivere in un paese dove la cultura delle persone e del lavoro sono frutto di scelte diverse da quelle cha ha fatto il nostro paese. Un paese senza dubbio malato e criticabile ma in cui alcune persone vorrebbero continuare a viverci oppure non hanno altra scelta che restarci.
Vedo nel tuo post un ennesimo esercizio di etichettatura. Il primo e secondo modello di donna che descrivi non esistono. Forse più il terzo che ne racchiude più sfumature.
Perché poi una persona non deve identificarsi con il lavoro che fa se quel lavoro gli piace. Chi ti dice che dentro a un lavoro non possano esserci mille altri interessi, passioni e crescita personale? Come fai a definire schiava una persona che lavora tanto solo perché lo fa per un datore di lavoro che tra le altre cose la paga adeguatamente?
Io sono dentro al sistema e ogni giorno provo a cambiarlo da dentro ma non sono neanche una pazza che si immola per il bene di quelli che rimangono e non mi posso permettere di fare io, da sola, la rivoluzione. In meno di una settimana perderei quello che ho e sarei nei guai. E perdere quello che ho non significa solo il lato materiale bensì i risultati, i contenuti che mi piacciono, la libertà di poter scegliere in alcuni ambiti e la possibilità di far vivere i miei figli dignitosamente. Non difendo il mio avere perché so prima di tutto di essere. Difendo quello che ho avuto grazie al fatto di aver studiato, di avere passione per le cose che faccio, di essermi impegnata.
Ho un’enorma ammirazione per la Svezia e ancor di più per la Francia e non sono particolarmente patriottica. Vivo però qui e quando sento considerazioni come le tue vorrei anche qualcuno che fosse in grado di dirmi come sia possibile fare quello che dichiari in teoria.
C’è un’enorme differenza tra questi paesi avanzati e la nostra Italietta. Là tutti fanno la cosa giusta, qui sempre e solo una minoranza. E se è vero che i cambiamenti vengono dal basso è anche vero che si realizzano davvero solo quando c’è dietro una massa consistente di sostenitori, una forza travolgente, uno tzunami che smuove l’acqua cheta. Io questo non lo vedo ancora e non sarò certo io la scema che perde tutto per dimostrare chissà cosa. A chi poi?
4 giugno 2010 alle 19:45Mamma Cattiva sono d’accordo con te su molti dei punti sollevi.
Prima di tutto sul fatto che i 3 tipi di mamme che ho descritto sono chiaramente un goffo tentativo di caricaturizzare 3 modi diversi di vivere la maternità. Chiedo venia. Però ti assicuro che io ne conosco di tutti e 3 e tipi.
Come dici tu la rivoluzione non si fa da soli. Però bisogna parlare, cercare chi la pensa come te, confrontarsi senza avere paura di mettere in discussione lo schema di vita che viviamo. Se uno pensa veramente che lavorare 12 ore al giorno tutti i giorni sia il suo sogno di vita, allora è chiaro che il problema non esiste. Mi chiedo se davvero tutte le persone con cui parlo in Italia hanno questo sogno. Anche se nel post mi sono riferita al discorso iniziato con una delle persone presenti, in realtà avevo in mente molti altri esempi, e mi rendo conto solo ora che le mie parole potrebbero essere lette come un’accusa specifica contro quella persona, ma non era veramente mia intenzione. In primo luogo perché non voglio criticare nessuno, ma riflettere sulle conseguenze di una cultura del lavoro che non funziona. A me capita in continuazione di parlare con Italiani che vivono in Italia e sono scontenti del ritmo di lavoro, e del modo di lavorare, e non solo genitori di bambini piccoli. E tutti si sentono in gabbia in questo schema, e nessuno sa come uscirne.
Andare tutti a vivere altrove, al di la dell’utopia, non sarebbe certo uno soluzione, perché ogni paese ha i suoi problemi e le sue limitazioni, che si conoscono solo vivendoci. Ti garantisco che non è assolutamente vero che “la tutti fanno la cosa giusta”.
Io credo nella possibilità del cambiamento, e anche le grandi rivoluzioni si fanno un passo alla volta. Magari una mamma che combatte per il part-time e lo ottiene, o un padre che finalmente decide di prendersi il congedo parentale. E allora altre mamme prenderanno coraggio e chiederanno il part-time, e altri padri staranno a casa con i figli. O magari qualcuno si rifiuta di fare le riunioni alle 6 di sera, e pretende di farle al mattino, con la mente fresca e riposata, così che alle 6 di sera chi vuole, può andarsene a casa.
Non credo che sia giusto chiedere a nessuno di immolarsi per la causa, buttare anni di studi e soddisfazione personali. Però è giusto che ciascuno si impegni a cambiare le piccole cose sulle quali ha controllo. E magari se a leggere questa discussione capitasse qualche manager potrebbe riflettere, e trovare nuove soluzioni per rendere la vita più vivibile per i suoi collaboratori.
Spero di aver chiarito meglio il mio pensiero e l’intenzione di questo post.
4 giugno 2010 alle 21:21Continuiamo a parlarne.
Ciao, sono spagnola mio marito argentino abbiamo 4 figli e viviamo in Italia. tutti due laureati anzi mio marito fino a dottorato di ricerca, Io lavoro a contratto determinato ( che scade tra poco) e lui senza lavoro. In Italia le motivazione non solo vanno perche ne abbiamo 4 bambini, ma anche per la discriminazione di che siamo stranieri e purtrppo con 4 figli!!!!!!!!!!!
4 giugno 2010 alle 21:57aprofito di chiedere una mano….
grazie!!!
Scusa, Mamma Cattiva, ma non sono d’accordo con te.
4 giugno 2010 alle 22:36Personalmente penso che tutta la cultura del lavoro in Italia (no, vabbe’, magari c’e’ qualche isola felice, diciamo quasi tutta e comunque tutta quella che conosco io) sia vecchia, malata ed estremamente inefficiente. E’ vero, in linea di massima, che l’orario conta piu’ della produttivita’, che la disponibilita’ ad orari assurdi (sempre spostati verso il tardi, che gli italiani dormono volentieri la mattina) e’ scontata e che le posizioni di responsabilita’ sono vissute troppe volte come posizioni di potere dalle quali spremere i piu’ giovani o i meno potenti solo per il gusto di farlo e di mantenere il proprio potere.
Quindi ce la si prende coi piu’ deboli (stagisti non retribuiti, contratti di collaborazione senza garanzie sociali a go-go per dei veri e propri impiegati eccetera), si penalizzano le figure facili da penalizzare (le donne fanno meglio a stare a casa o trovare lavoretti part-time e poco impegnativi che’ poi si devono occupare della casa e dei figli e devono coccolare il loro uomo che lavora come un mulo e torna tardi tutte le sere e deve trovare i bambini a letto, la cena fumante in tavola e la propria donna che lo accoglie in biancheria accattivante) e si ritorna agli anni 40-50.
La maternita’ come e’ applicata adesso in italia (cioe’ in un modo estremamente garantista) e’ un boomerang pericolosissimo: troppe donne con contratti non a tempo indeterminato perdono il lavoro durante la gravidanza o poco dopo e troppe con contratti “sicuri” smettono di far carriera. Questo e’ innegabile. Certo non avviene sempre alla luce del sole, ma ho amiche che tornate a tempo pieno dopo i 3 mesi di maternita’ obbligatoria hanno trovato la propria scrivania occupata. Una promozione, certo, che le obbligava a viaggiare come trottole per tutta Europa per 5-6 giorni la settimana e della quale sono venute a conoscenza in quel bel modo. Che fai? O prendi una tata fissa, o il papa’ si mette lui a fare il casalingo, o ti dimetti.
Penso che l’unica soluzione sia quella di OBBLIGARE i padri a prendersi un congedo parentale. Esattamente come si fa per le donne, un bel congedo obbligatorio della stessa durata. Con tre bei risultati: il primo, di risolvere una volta per tutte la discriminazione delle donne per la maternita’; il secondo di far capire finalmente a tutti che i figli non sono un problema solo delle donnei ma che hanno diritto ad avere anche un padre e il terzo che nel giro di UNA generazione ci libereremmo da quel concetto di mamma italiana che ti fa il bucato anche quando te ne sei gia’ andato di casa a 40 anni (succede, conosco gente che effettivamente lo fa).
Io ero una che amava immensamente il proprio lavoro, un lavoro bello, appassionante, per il quale ho studiato per tanti (ma tanti) anni, poco retribuito e con contratti indecenti. Poco prima di rimanere incinta hanno dovuto “riorganizzare” il personale. Morale? Mi e’ scaduto il contratto in gravidanza e non me l’hanno rinnovato. Diversi mesi dopo, visto che mancava una persona con le mie competenze, mi hanno offerto un contratto peggiore, senza NESSUNA garanzia sociale (meno di un Co. Co. Co., tanto per intenderci), ancora meno retribuito e mi hanno detto apertamente che per quel lavoro cercavano qualcuno con disponibilita’ di tempo illimitata (ovvero, se alle 7 di sera arriva una telefonata dagli USA che c’e’ un problema – e di queste telefonate ne arrivavano 2-3 la settimana – tu devi stare li’ finche’ il problema non e’ risolto. E siccome il contratto non prevede cartellino quelle ore poi non te le rida’ nessuno). Ho detto no grazie, ma che potevo fare? Avevo una bambina di 4 mesi!! Certo, se me ne avessero dato la possibilita’ avrei potuto benissimo lavorare da casa, magari un paio di giorni la settimana, ma figuriamoci! Quindi niente, picche, disoccupata. Un mio collega aveva anche lui da poco avuto un bambino, la sua compagna ha allungato la propria maternita’ fino all’impossibile perche’ lui niente. Ma lo sai che per la nascita di un figlio i padri hanno 3 giorni di permesso?
Ci sto Serena. Ci sto al confronto e se questo è quello che intendi investo nei baby steps. E’ una cosa che mi insegnano ogni giorno i miei figli. Mi piacerebbe vedere più rigore intorno, più serietà che non si traduce nelle manovrine sceniche alla Brunetta. Condivido appieno Giuliana quando sollecita la cultura della famiglia dove i padri si prendono le loro responsabilità, anche lì nelle piccole cose che sommate ci regalano un sacco di questo “tempo delle mamme”. Mi spiace che sei in Svezia. Magari domani al momcamp parlandoci vis-à-vis ti avrei chiarito che mi infervoro ma sempre con molto rispetto.
4 giugno 2010 alle 22:44A presto e continua sempre con la tua socia a investire in Genitori Crescono.
Scusate il lungo commento, ma prima di essere fraintesa vorrei puntualizzare una cosa: io sono contraria alle troppe facilitazioni per le neomamme (il boomerang di cui parlavo prima), quello che intendo e’ che certe pretese non si dovrebbero avere da chiunque. Se ci sono orari cosi’ duri, si fanno dei turni, fra uomini, donne, mamme, papa’, nuovi arrivati e responsabili. Sono per esempio contraria a togliere i turni di notte alle infermiere che hanno avuto un figlio: in linea di massima tutti hanno famiglia e tutti hanno il diritto e il dovere di prendersene cura. Se scegli di fare l’infermiera/e, lo sai che ci sono i turni di notte. Ma, appunto, si fanno i turni. Magari organizzandoli con il dovuto anticipo, cosi’ chi ha incombenze fuori dall’orario di lavoro (un figlio, o un anziano di cui prendersi cura o quant’altro) si puo’ organizzare…
4 giugno 2010 alle 22:53Ciao Barbara, non mi è molto chiaro in cosa non sei d’accordo con me e mi piacerebbe capirlo. Magari poi ci rendiamo conto che non siamo poi così distanti nel pensiero. Perché non nego lo scenario che descrivi e che hai vissuto e non nego che vada cambiato. Quello che provavo a dire è che ci vogliono dei numeri per cambiare le cose. Ci vogliono un tot di uomini che usino le agevolazioni che già ci sono. E se Serena si è soffermata nelle aziende dove, è vero, dovremmo iniziare a dare tutti l’esempio (solo che sono solo io a farlo mi danno un bel calcio nel sedere) io mi soffermo nelle case dove, come tu hai descritto, ci sono ancora uomini che danno per scontato che le attività di cura spettino solo alla donna.
4 giugno 2010 alle 23:18Iniziamo a insegnarlo ai nostri bambini che non ci sono giochi per i maschi e giochi per le femmine, facciamolo nelle nostre conversazioni, nei ruoli che investiamo e allora sì che le cose verranno dal basso. Spesso mi deprimo perché siamo ancora molto distanti da questo. Io sono una “Mamma Cattiva” perché mi permetto di prendermi spazi che un uomo prende ogni giorno senza che nessuno lo giudichi un padre inadeguato. Se vai però oltre le apparenze non c’è nulla di cattivo in quello che faccio. Al contrario questo extra tempo mi viene garantito da un padre che fa le cose che normalmente farebbe solo una mamma. Tutto qui. Speriamo di intenderci. In bocca al lupo.
Serena, mi dispiace molto che tu non sia con noi domani. continuare questa discussione dal vivo sarebbe stato estremamente interessante.
5 giugno 2010 alle 00:07a questo punto però mi chiedo una cosa. posto che il problema è complesso (abbiamo visto che tocca questioni culturali, organizzative, politiche, …), non c’è un modo per spezzettarlo? cioè, se quel “dal basso” fosse gestito a partire da piccoli obiettivi forse sarebbe più facile arrivare in meta. va da sé che i numeri sono essenziali, ma poi ci vuole un piano d’azione. perché non proviamo a fare questo esercizio di project management? da te, serena, nell’ambito del vostro bellissimo progetto, o dove vogliamo – io ho parlato, parlo spesso di questi temi, per cui si potrebbe anche pensare ad una cosa estesa, per arrivare a quante più persone possibile.
insomma, potremmo provarci… o no?
(non ho letto tutti i commenti…mi si chiudono gli occhi e il frullecchio è già a letto…non vorrei perdere tempo prezioso di sonno, ma….devo scrivere!)
5 giugno 2010 alle 00:11a fine agosto ero nel panico a pensare di dover dire al lavoro che ero incinta: mi si aprivano panorami di incazzature varie di cui non avevo per nulla voglia. e invece…invece mi sono trovata a lavorare con ritmi diversi e con le colleghe e i (pochi) colleghi che non mi facevano problemi e mi hanno sostituita, sostenuta, compresa.
ora dovrò rientrare a settembre.
e non so come sarà.
sono dieci anni che lavoro come un mulo a muso duro e le 8 ore a volte si trasformavano in 10 anche in 12 o più.
già la gravidanza mi aveva rallentata un po’ e il rientro sarà necessariamente più lento.
è che a pensarci, almeno per me, il problema più grande è mollare il lavoro lasciando in sospeso delle cose da fare per il giorno dopo.
ma imparerò.
e credo che mi troverò inizialmente affaticata, ma sul lungo tempo credo/spero cresciuta,dedicando al lavoro un pezzo della mia vita.
credo che la cultura la si “crei” dalle esperienze personali, sulle quali però è fondamentale ragionare. dunque grazie per questa bella lettura e per lo spunto di riflessione.
Sono capitata su questo sito per caso passando da un altro blog…Vi ringrazio per la piacevole lettura del post e dei relativi commenti. Da mesi mi interrogo su questi temi cercando di capire come tenere insieme il desiderio e il piacere di stare (una vera gioia) con mia figlia e il piacere di andare a lavorare, Un lavoro che amo e che mi appassiona, ma che proprio per questo chiede una dedizione che va oltre le normali 8 ore lavorative. Questi pensieri mi hanno portata a riflettere sul concetto di lavoro, su come le donne stesse sul lavoro non siano solidali fra loro (spesso c’è contrapposzione fra chi ha figli e chi non ne ha) e non si capiscano, su come in effetti la qualità del lavoro si misuri ancora in tempo trascorso in ufficio a disposizione e non in obiettivi.
Il paradosso di tutto questo è che lavoro in un luogo dove il bambino fa parte della cultura stessa del luogo, dove mi hanno concesso un part time a 6 ore, ma poi nei fatti, ti viene chiesta questa dedizione assoluta che ti impedisce di staccarti e dire “adesso basta”.
La cultura del lavoro è malata e in questo momento di crisi lo è ancora di più e questo pensalizza noi per prime. E anche gli uomini – padri che si ritrovano con imbarazzo a chiedere un periodo di maternità o magari l’allattamento al posto delle mamme, non capiti in questa richiesta.
La verità è che sono stanca di tenere insieme tutti i piatti e devo confessare che adesso se avessi un marito facoltoso me ne starei un po’ a casa a non combattere per il tempo da trascorrere con mia figlia e per il tempo per me stessa, a non combattere in assoluto per il tempo…
scusate per lo sfogo, ma grazie ancora per la discussione. Forse piccoli passi per volta possono essere fatti per permettere alle nostre figlie di essere un po’ meno equilibriste e multitasking.
Occorre fare un gradino alla volta partendo dal basso….
5 giugno 2010 alle 01:03@Marina hai visto che hai combinato? Si sono scatenati i commenti!
@betty purtroppo hai perfettamente ragione. In Italia c’è anche la discriminante in più se sei straniero. Però guarda questa, magari a livelli minori, mi dicono ci sia anche in Svezia, anche se io non ho mai subito discriminazioni per essere straniera. Forse dipende dal paese di provenienza.
@Barbara, Mamma Cattiva conosco entrambe e so che siete d’accordo
@Giuliana si, mi dispiace molto non essere a Milano oggi. Spero che riusciate a lanciare un pochino il discorso, e magare raccogliere un po’ di commenti e perplessità, per poterne riparlare insieme. Il nostro piccolo passo come genitoricrescono lo abbiamo fatto prima di tutto scegliendo di parlare ai genitori e non alle mamme. Lo dico non per dire quanto siamo brave, ma per fare un esempio che conosco di come a volte basta poco. E’ stata una cosa sulla quale abbiamo riflettutto moltissimo, e per me e Silvia è stata la scelta più naturale. Parlare di problemi legati all’essere genitore invece che alla maternità, è quello che cerchiamo di fare ogni giorno sul nostro sito, e il fatto che ci siano papà che ci leggono e commentano e partecipano ci da ragione della nostra scelta. Allo stesso modo quello del CerVello di mamma e papà è un’altro piccolo passo per puntare il dito nella piaga del problema genitorialità e lavoro.
5 giugno 2010 alle 09:02Io ci sto a renderlo un progetto più ampio. Possiamo parlare delle modalità, e farci venire delle idee. La pagina fb di genitoricrescono o del CerVello oltre che il sito sono a completa disposizione.
Proviamoci insieme.
mi sono dimenticata: Buon divertimento al MomCamp!
5 giugno 2010 alle 09:04Ehm ehm, si i commenti si sono scatenati e se posso vorrei fare un piccolo riferimento all’accenno di Barbara agli anziani. Perché questa è un’altra nota dolentissima. La mia esperienza personale e quella di tante amiche della mia età (quindi con genitori intorno agli 80) è disastrosa. Io ho un fratello ma se i miei stanno male le notti in ospedale le faccio io e non si può fare diversamente perché gli ospedali non ti forniscono assistenza, anzi ti invitano a stare lì (possibilmente in piedi, “sa il primario non vuole vedere in giro sdraie e sdraiette…”) e se sei con lavoro non a tempo indeterminato non hai diritto a nulla. Quindi fai la notte, poi torni di corsa per il pranzo, poi torni di corsa per la cena e via seguire. Poi c’è la moglie, dip pubblica, di un mio amico che usa la 104 (3 giorni liberi al mese per via del suocero su una sua sedia a rotelle) per andare a trovare la madre a Bracciano. 3 giorni più sabato e domenica, lei una settimana al mese se la fa quasi di ferie.
5 giugno 2010 alle 16:59Questo a conferma che si, è ora stra scossa di rivedere un po’ la situazione “mondo del lavoro”, come in Scandinavia, ma anche come in Francia, dove guarda caso le coppie hanno quasi tutte almeno tre bambini. Ci sarà pure un motivo?
Marina hai perfettamente ragione, il problema si estende oltre l’essere genitore, è proprio il fatto di essere una persona, che esiste al di la’ del lavoro. Per cui diventa difficile anche assistere una persona anziana in ospedale. Del fatto che ci siano persone che se ne approfittano purtroppo prendiamo coscienza, però come scrivo nel post, io credo che se l’ambiente di lavoro fosse più accogliente, molti di questi casi si risolverebbero da soli.
E’ un po’ come quando cerchi di disciplinare tuo figlio a suon di punizioni: non ottieni nulla se non che si mette a pensare a come non farsi beccare la prossima volta. Mentre se gli dai fiducia, è molto più probabile che si metta a collaborare.
Sulla situazione in Francia riguardo al congedo parentale ne ho parlato in un post, in cui faccio proprio il confronto tra vari stati. Ti lascio il link in caso ti interessasse approfondire:
http://genitoricrescono.com/congedo-parentale-uno-sguardo-oltralpe/
5 giugno 2010 alle 18:33Mamma Cattiva: brevemente, non siamo d’accordo su due punti (forse i meno importanti in effetti). 1) non credo che l’unica soluzione sia emigrare in un paese piu’ civile. Ci sono tante cose che si potrebbero fare qui, cominciando come dici tu sia al lavoro che a casa. 2) Non c’e’ niente che non vada nell’identificarsi nel proprio lavoro, anzi. Il problema e’: siamo sicuri che il lavoro dia a noi quello che noi diamo a lui? Se sei felice del tuo lavoro, gli dedichi la maggior parte del tuo tempo, ottieni le soddisfazioni che ti aspettavi e sei riuscita a trovare un modo per avere anche una famiglia, complimenti. Non lo dico assolutamente con sarcasmo, sono complimenti sinceri e ti assicuro che ti invidio dal profondo. Per quello che dicevo prima sulla cultura del lavoro in Italia, pero’, temo che tu sia una rarissima fortunata.
5 giugno 2010 alle 21:54Ho 26 anni e non sono ancora mamma, ma voglio scrivervi perchè ho letto il post e i suoi commenti con davvero tanto interesse.
7 giugno 2010 alle 10:48Spero che quando deciderò di avere un figlio anch’io, le cose siano diverse qui in Italia, nel frattempo “ascoltare” donne come voi mi dà speranza!
Buona giornata a tutte!
@serena, ce l’abbiamo fatta. la discussione ora è aperta. al momcamp abbiamo avuto un segno molto tangibile della sensibilità a questi temi, e credo che sia il momento di affondare.
8 giugno 2010 alle 15:28grazie di aver contribuito, grazie di cuore
Ciao a tutte, sono arrivata a questo articolo perchè sto cercando una risposta alla mia domanda, forse banale, ma non so che fare e spero che misarete di aiuto.
13 settembre 2010 alle 17:56Io ho una bimba di 31 mesi, dopo 5 mesi di maternità sono rientrata full time perchè non mi hanno dato il part-time perchè ero sola in ufficio e quindi lasciavo il posto vuoto.
Ad oggi non ce la faccio a mantenere il ritmo, più che altro esco la sera alle 18.00 arrivo dalla piccola alle 18.30 e tra prenderla, tornare a casa e preparare cena si fa tardi ed io non ho neanche il tempo di giocare con lei. Non so come devo fare….