Emanciparsi in bellezza
Ieri sera giocando tra un social network e un altro mi sono imbattuta in un classico esempio di video virale, realizzato da un regista californiano di commercials: Jesse Rosten . Da esperto del settore ha voluto prendere in giro le infinite pubblicità di cosmetici che promettono miracoli, ricordando che i veri miracoli li fa solo Photoshop, uniformando l’incarnato, cancellando rughe e imperfezioni, riducendo cosce e soprattutto facendo assomigliare le modelle (e quindi l’ideale di bellezza con cui ci martellano) a bambole di plastica.
Se il concetto non è nuovissimo, la realizzazione è talmente divertente da generare un forte impatto in chi lo vede. Insomma alla fine sono contenta di avere la pelle segnata
Pochi minuti dopo aver visto questo video mi imbatto in un link ad un articolo, apparso in origine sul Fatto Quotidiano ma riportato da Giulia, un portale di notizie al femminile curato da un network di giornaliste che mirano ad abbattere gli stereotipi di genere nel mondo dell’informazione.
L’articolo raccontava la storia del primo Salone di bellezza sociale aperto a Parigi a Barbes. Uno dei quartieri più poveri, multietnici e – aggiungo io perché ho vissuto per anni da quelle parti – anche più divertenti. Il salone lo ha aperto una donna con l’intento di offrire ad altre donne servizi di parrucchiere, estetica, ma anche ginnastica, e consulenza sul lavoro che altrimenti non si potrebbero permettere. La bellezza in questo caso non è vista come lusso, come piacere fine a se stesso ma come consapevolezza del proprio valore, e si lega ad un percorso di reinserimento nel mondo del lavoro o di soluzione di problemi familiari e personali.
Cura di sé, autostima e benessere sono percorsi di emancipazione. Sentirsi inadeguati perché si è fuori standard è solo l’ultima delle infinite trappole da cui liberarsi.

























