Da “Tina” a “Tata”: le vie alternative dell’economia solidale
Negli anni ottanta, Margareth Thatcher coniò l’acronimo TINA “There is no alternative” (non c’è alternativa).
Così comincia un interessante articolo pubblicato qualche giorno fa sulla rivista on line ingenere, che ripercorre la storia dello sviluppo economico degli ultimi decenni. La mancanza di alternative, per la lady di ferro, era un dato di fatto. Il capitalismo, basato sull’interesse individuale, la competizione senza regole ed il profitto ad ogni costo, era l’unico sistema applicabile nel mondo moderno. E le sue conseguenze, come la disoccupazione o l’ingiustizia sociale, un penoso effetto secondario del sistema.
Da allora, in molti si sono dati da fare per trovare una via d’uscita. E all’acronimo Tina hanno sostituito TATA: There are Thousands of Alternatives (ci sono migliaia di alternative). In tutto il mondo si sono attivati diversi tipi di risposta ai problemi economici, che che ruotano intorno all’idea di benessere condiviso. Questo modello viene chiamato “economia solidale” ed è spesso attuato dalle donne.
Vi suggerisco di dare un’occhiata ai link riportati dall’articolo che rimandano a testi ed organizzazioni, e a riflettere sulle diverse direzioni prese dall’economia solidale nel sud e nel nord del mondo. Se in occidente fino ad ora si è puntato soprattutto a sostenere la responsabilità sociale e a tutelare l’ambiente, e in futuro saranno sempre più i paesi del sud a dover fare i conti con le questioni ambientali, mentre in situazioni di grave crisi come quella che stiamo vivendo sistemi di finanziamento e aiuto all’imprenditoria come il microcredito potrebbero essere maggiormente sfruttati anche da noi.
Tra le donne che fanno impresa in rete, moltissime sono quelle che hanno capito che anche il web è un’alternativa, quando tutte le altre porte sembrano sbarrate.

























