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La danza del ventre e l’arte di salvaguardare la salute mentale – un post di Chiara Trabella

Heather Stants

Heather Stants

Premessa. Nel libro “Il corpo delle donne” Lorella Zanardo fa una necessaria distinzione tra il corpo esibito e privato di contenuto e la necessaria consapevolezza del proprio corpo. Che è poi il superamento di quella dicotomia tra cervello e istinto, tra aspetto fisico e qualità interiori, che tanti danni ha fatto per le donne, arrivando spesso a presentare alla giovane donzella la terribile opzione tra il “sii bella e stai zitta” o “se vuoi essere presa sul serio, è meglio che ti imbruttisci“. C’è però un’altra opzione, che è quella di un piacere del corpo ed un piacersi che non passa da un’immagine da esibire o con la quale confrontarsi ma da una consapevolezza interiore di cosa e come siamo. E Lorella Zanardo racconta che lei ha trovato questa consapevolezza nella danza. Sul significato della danza come medicina dell’anima e via spirituale si sono scritti interi libri e non mi metto a discuterne in un post. Più semplicemente, visto che tutte nei passaggi fondamentali della nostra vita – tra i quali la maternità  – ci ritroviamo a dover fare i conti con un corpo che non riconosciamo, ho chiesto a Chiara Trabella, che di danza se ne intende, visto che la pratica e la insegna, di raccontarci la sua esperienza, con l’ironia e l’essenzialità che la contraddistinguono. E questo è il suo racconto.

La danza del ventre e l’arte di salvaguardare la salute mentale – di Chiara Trabella
L’espressione “danza del ventre” evoca di solito scenari esotici e sensuali, misteriose odalische avvolte in veli trasparenti, corpi frementi di desiderio.
E, se arriva la solita barbosa esperta a dirci che non è proprio così, la si accoglie con uno sbuffo.
 A parte una serie di dati storici di cui non frega niente a quasi nessuno, la realtà è che oggi la danza del ventre non è più esclusiva dei Paesi mediorientali e viene praticata ovunque da chiunque, con propositi e risultati molto diversi.

Qualunque sia lo spirito con cui ci si avvicina a questa danza, il risultato è identico: ci si riappropria della propria fisicità, si migliora il rapporto con il corpo, se ne esplorano potenzialità e limiti.
 Questo aspetto è stato fondamentale per me, quando, a 25 anni, mi sono ritrovata a danzare per la prima volta. Fino ad allora ero stata puro cervello: il corpo era solo uno strumento per compiere l’attività intellettuale e da cui trarre effimeri piaceri come il cibo e il sesso.
 Mai avrei pensato che il mio corpo avesse potenzialità artistiche e creative, nemmeno nei miei sogni più folli.
Invece la danza mi ha fatta crescere e sbocciare come donna, insegnandomi a non trascurare più nessuna parte di me. La danza mi ha accompagnata nelle mie gravidanze, aiutandomi ad alleviarne i fastidi. E la danza mi ha riportata a me stessa dopo i parti, soprattutto dopo il secondo.
 Mentre la mia prima figlia mi ha permesso fino all’ultimo di uscire, danzare ed avere una vita sociale, il secondo mi ha fatto penare un po’ di più: a partire dal settimo mese, ho cominciato a non poter più uscire se non per lo stretto indispensabile. Non stavo per niente bene, mi ammalavo a ripetizione, avevo dolori continui e, dulcis in fundo, mi sono presa un virus intestinale che mi ha messa a terra nelle ultime 4 settimane della gravidanza. 
Ho ripreso a danzare quando Ettore aveva circa 3 settimane e il mese dopo ho fatto partire il mio primo corso come insegnante. Ed è stato terapeutico al massimo.
Prima di tutto, è stato il mio corpo a trarne beneficio: non tanto per un discorso estetico, quanto perché attraverso la forma fisica ho recuperato la mia identità. Ero di nuovo io, non una mostruosa creatura mitologica metà donna e metà incubatrice.
 Secondariamente, in quelle ore di lezione svuotavo completamente il cervello dai pensieri quotidiani, scaricavo tensioni e ansie. Mi concentravo sul lavoro fisico, sull’interpretazione della musica, sulle indicazioni della mia insegnante e delle mie compagne, sulla scelta dei miei movimenti.
 In terzo luogo, stavo in mezzo a persone adulte concentrate su un’attività da adulti. Tra l’altro, all’epoca avevo già iniziato a praticare un tipo di danza, la tribal bellydance, che si basa sull’improvvisazione di gruppo. Ciò significa che l’interazione con le compagne è molto più intensa che in una lezione di danza del ventre “classica”: all’interno del gruppo, ognuna ha la responsabilità di seguire la leader e, grazie a un sistema di rotazione e scambi, ognuna deve essere leader per un certo lasso di tempo. Questo implica che si crei una familiarità tra compagne: conosci le abitudini e le predilezioni di ognuna, ti senti responsabile per tutte le altre, cerchi la massima sintonia anche nei dettagli ma senza perdere la tua identità.
Infine, ho imparato a fidarmi e a delegare per quanto riguardava i miei figli, che durante le mie lezioni stavano con mio marito. Ti assenti per tot ore (io facevo tre ore di lezione) e sai che in quelle ore dovranno cavarsela senza di te, senza neanche poterti contattare. Per me è stato liberatorio. Per altre immagino sia più ansiogeno, ma saper delegare è importante per un genitore, soprattutto se si delega all’altro.
Oggi ho 35 anni e danzo da 10. Insieme ad un gruppo di amiche, sto sperimentando un tipo di danza tutto mio, l’Inspirational Bellydance. Credo con tutto il cuore che la danza sia un toccasana per il corpo e per la mente, ma anche e soprattutto per l’anima.


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