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Lavoro e maternità. Sono davvero inconciliabili?

Di Serena – Genitori Crescono

Qualche sera fa mi trovavo a Milano con un folto gruppo di blogger, e tra una birra bollente e un pezzo di pizza gommosa abbiamo iniziato a parlare di maternità e lavoro.

Che le donne/mamme siano penalizzate sul lavoro in Italia non fa più nemmeno notizia. E’ poco più di un luogo comune, caratterizzato da frasi di circostanza: “ho avuto un figlio e ora sono a casa. Che vuoi, non mi hanno rinnovato il contratto. ” suona un po’ come “visto che bella giornata oggi signora!” e “non ci sono più le mezze stagioni”. Si dice, si sa, lo sanno tutti. Ma che ci posso fare io? E’ un paese che va a rotoli. Ognuna affronta questa fase come può.

Ci sono quelle che si rassegnano. Accettano il cambio, stanno a casa, si trasformano in casalinghe perfette. Magari aprono un blog di scrapbooking o producono e vendono fasce portabebè al chilo. Trovano un loro nuovo equilibrio, e fanno pace con il mondo e con la maternità. Beate loro!

Ci sono quelle che non si danno per vinte. Tirano fuori unghie e denti. Si attaccano al lavoro come ad un salvagente in mare aperto, e che se pure prima della maternità stavano nell’ufficio vista colosseo con vetrate su 3 lati e 10 persone e un budget da gestire dimostrano all’azienda che pure dallo scantinato in cui l’hanno relegate (perché hanno dovuto improvvisamente riorganizzare il personale) dopo essere rientrate al lavoro riescono a tirare fuori le “palle” e dimostrare che valgono qualcosa. Iniziano a lavorare 15 ore al giorno, leggono le email con l’iphone pure dal bagno e in breve tempo risalgono la scala delle gerarchie nell’azienda, riprendendo possesso di un ufficio con finestra (ma difficilmente quello pre-maternità). E il pupo? Gli scattano foto mentre dorme la sera quando tornano a casa, così che possono guardarle tra una email e l’altra mentre sono in bagno. Attenzione non sto criticando questa scelta di alcune mamme, perché ci sono moltissimi padri che fanno esattamente la stessa cosa e a nessuno verrebbe mai di criticarli per questo.

Poi ci sono tutte le altre. Quelle che cercano di conciliare lavoro e famiglia. Che fanno i salti mortali a tenere tutti i piattini in equilibrio, e vivono costantemente un senso di insoddisfazione e di ineguatezza, oltre ad un profondo senso di ingiustizia.

Tornando al mio incontro a Milano con altre blogger, una di loro mi ha detto che tutto sommato era contenta della sua azienda, perché l’hanno assunta sapendo che aveva due bambini piccoli. Alle mie insistenti domande sul ritmo di lavoro ha confessato che lavora 12 ore al giorno e che se le capita di uscire alle 8 meno un quarto, il capo le fa la battuta dicendo “si fa il part-time oggi, eh?!” Un altro commensale, sarà stato per l’effetto della birra bollente, gli ha risposto: “che culo! Ti permettono pure di lavorare 12 ore proprio come tutti gli altri!”

Ecco questo per me è il Problema. Il vero problema che rende impossibile avere dei figli in Italia.

Il perverso meccanismo alla base di questo diffuso spleen della famiglia italiana.

La cultura del lavoro in Italia è stantia. Puzza di vecchio, di immobilismo. La produttività si misura in ore passate in ufficio. La capacità in anni di anzianità. L’innovazione, la creatività, la flessibilità sono parole vuote di significato.

Io ho la fortuna di vivere in Svezia. Un paese in cui, seppure con i suoi problemi perché non è un mondo perfetto, ha politiche del lavoro e della famiglia che sono considerate all’avanguardia. Quale è la differenza? I genitori hanno 480 giorni di congedo parentale, di cui 240 pagati all’80% dello stipedio. Inoltre hanno la possibilità di chiedere di lavorare part time, concordandolo con l’azienda.

Ho detto i genitori: mamme e papà.

I papà si prendono il congedo parentale. Non tanto quanto le mamme, e c’è sempre la possibiltà di migliorare, ma se lo prendono anche loro. Quando mio marito ha detto ai suoi colleghi uomini che voleva prendersi 6 mesi, ha espresso i suoi dubbi per via di un certo progetto sul quale aveva appena iniziato a lavorare. Gli hanno risposto: “non ci pensare nemmeno. Questi anni, con i figli piccoli passano in fretta e non tornano più. Goditeli finché sei in tempo. Al lavoro ci penserai dopo.”

Mi sembra già di sentire i cori: “eh, sì, ma lì sono troppo avanti! Noi non ci arriveremo mai.”

“Qui c’è una mentalità tutta sbagliata. Pensa che c’è una mia collega che è rimasta incinta appena firmato il contratto.”,

“Da noi si mettono tutte in congedo anticipato”

Lasciatemi fare un altro paio di considerazioni.

Il fatto che una donna sparisca per qualche mese a causa del congendo parentale in Svezia non è visto come un problema. Perché? Perché l’azienda lo sa per tempo, si organizza, cerca un sostituto esterno se necessario per il periodo di assenza della sua dipendende. E poi si continua come prima. Una donna non viene penalizzata nella ricerca del lavoro a causa del suo potenziale diventare mamma. Perché? Perché anche un uomo se diventa padre sparisce in congedo parentale. Il che riporta tutti alla casella di via, uomini e donne insieme. Il fatto che una madre o un padre spariscono in congedo parentale non è un problema. Perché? Perché c’è un concetto di lavoro flessibile. La gente non si identifica con il lavoro che fa. Le persone sono prima di tutto individui. Oggi tu vai in maternità, domani io mi prendo un anno sabbatico per imparare ad andare sul surf in Australia. Ma i neogenitori hanno necessità che cozzano con i tempi di un’azienda. Lo sanno tutti. Il bimbo si ammala, le riunioni a scuola, il saggio di danza, il brevetto di nuoto. Mai sentito parlare di flessibiltà, telelavoro, lavorare a obiettivi e non in base agli orari? E infatti non sono solo i neogenitori a non lavorare 12 ore in ufficio. Sono tutti. Non c’è nessuno in ufficio dopo l’orario stabilito. E se c’è un urgenza, un periodo speciale, delle scadenze, si sta in ufficio fino a tardi, ma poi si recupera con orari flessibili, vacanze in più, e al limite più soldi nello stipendio. Ma non è la regola. E’ l’eccezione. E allora ecco che non sono solo le mamme e i papà alla casella del via, ma tutti i lavoratori in ugual misura.

Io credo che il vero salto di qualità per le famiglie italiane si otterrà solo cambiando la cultura del lavoro.Quando anche chi non ha bisogno di andare a prendere il figlio all’asilo si rifiuta di stare in ufficio a scaldare la sedia fino alle 8 di sera, perché non c’è nessuno che è in grado di produrre e lavorare in modo efficace 12 ore al giorno, tutti i giorni. Chi oltre al lavoro, che magari svolge anche con passione, ha una vita, degli hobby, delle attività altre da svolgere. Perché anche le attività svolte al di fuori del luogo di lavoro arricchiscono le persone, e l’esperienza della maternità o della paternità possono diventare una marcia in più. E una persona che è soddisfatta sul piano personale, e si trova bene nell’ambiente di lavoro, allora spinge e da il meglio nelle sue 8 ore, e produce anche più che se stesse li 12 ore.

Perché si sa che se il posto di lavoro è un luogo accogliente, se i colleghi sono simpatici e il lavoro di tutti è apprezzato la produttività aumenta. E finisce pure che quando una donna resta incinta non abbia nessuna voglia di mettersi in congedo anticipato, perché andare in ufficio è quasi un piacere.


Tenere a bada la complessità


“Ascoltami, sono qua”.


Mamma nostra che sei nei cieli