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Digital PR, ma che roba è? Ne parliamo con Zio Burp.

Fumetto delizioso preso da www.catalogs.com

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A 17 anni, innamorata della capacità di impatto dei messaggi pubblicitari, volevo fare la copywriter. Furono gli occhiali a specchio, le  cravatte, e l’aria vincente degli yuppies anni ‘80 a farmi desistere dall’idea. Non volevo diventare come loro, che pronunciavano parole come Pierre senza neanche un briciolo di ironia. Per cui l’anno dopo mi iscrissi a lettere e cominciai la mia carriera di precaria. Tanti anni dopo, i casi della vita mi hanno portato ad avere fare con dei Pierre evoluti, i Digital Pr. Anzi a diventarlo io stessa, in parte per lavoro ed in parte perché chi lavora su web come freelance è Digital Pr di se stesso. Per questo mi sembrava interessante approfondire la questione.  E ho pensato di farlo con Cristiano Callegari, aka Zio Burp, papà blogger (ma anche in parte ormai mamma blogger), Digital Pr di professione, con il quale ho lavorato e condiviso varie riflessioni su questo strano lavoro, sul web, sulle aziende, e sul complicato mondo delle relazioni umane. Che di fronte a un caffé, o su un social network, sempre di persone si tratta, alla fine.

1.     Cominciamo a definire i termini. Che vuol dire digital pr?

Stando alla “dottrina”, significa trasportare sul territorio digitale le azioni che normalmente si fanno nelle traditional PR. La differenza rilevante è che mentre nelle traditional si ha a che fare sempre con soggetti professionisti, tipicamente giornalisti, sul digital ci sono (semplicemente) le persone. Che tipicamente giornalisti non sono, che non hanno modalità e stili uniformi, tipici di un ruolo o categoria. E soprattutto che non sono definiti in partenza in nessun database: te li devi trovare tu gli interlocutori giusti, i migliori. E probabilmente da quando ho iniziato a scrivere queste righe, in rete sono già nati una decina di blog. E forse un paio tra quelli che stai cercando tu.

2.     Dalle Pierre alle Digital PR: cambia solo la presenza del web o c’è una differenza di approccio?

In principio era l’Errore. Illis temporibus l’errore tipico era quello di trattare i blogger come giornalisti. Quindi sembrava semplice valutare chi le facesse bene e chi male, le digital PR, predicando la massima cura nella coltivazione della relazione personale, dall’approccio alla sua evoluzione. Poi in realtà va detto che dietro il lavoro di un bravo traditional PR ci sono le stesse attività di cura e crescita della relazione che mettiamo in campo noi del digital. Scegliere e conoscere il tuo interlocutore, dargli sempre materiale interessante, trovare gli story angle più adatti a lui. Questi sono concetti che si applicano a qualunque relazione tra persone, dentro e fuori dal web, prima e durante.

3.     Dimmi una cosa che adori e una che non sopporti del tuo lavoro.

Le digital PR per come le intendo io sono fatte di due ingredienti, semplici e stimolanti: leggere e scrivere. Punto. Non serve niente altro per capire a chi inviare quel contenuto, chi invitare a quell’evento, a chi far provare quel prodotto. Si tratta di persone. Non c’è di mezzo nessuna tecnologia geolocalizzante, nessun social media sfavillante.

Adoro scrivere email, perché non me ne viene mai una uguale all’altra. Perché le persone a cui le mando, se riesco a guardarle in faccia mentre scrivo, sono sempre diverse. E così le parole che uso con loro. Non mi sopporto invece quando mi capita di mungere un RT o un like per pura amicizia. Significa che il progetto da solo non basta. Significa che evidentemente ci si poteva lavorare meglio.

In linea generale poi io, come blogger, anche se ora va di moda chiamarli influencer, sono anche un destinatario passivo delle digital PR altrui. Ecco, lì ancora oggi talvolta qualche domanda me la faccio: come puoi invitarmi a provare un SUV o un fucile da caccia quando ti basta leggere il mio blog per sapere che l’unico uso che farei di quel fucile sarebbe sparare alle gomme di quel SUV?

4.     Cos’è che le aziende non hanno ancora capito delle digital pr?

Che non c’è mai una sola strada, che ognuno deve trovare la sua. Che le agenzie sul mercato sono tante e bisogna sceglierla con cura. Che talvolta non c’è nemmeno bisogno di un’agenzia e magari le risorse migliori le aziende ce le hanno già in casa. Il guaio è che non lo sanno.

5.     E cosa non hanno capito delle mamme blogger?

Che non esistono solo le mamme blogger. Ci sono anche i lattai blogger, i ciclisti blogger, i fruttivendoli blogger, persino i notai blogger. Insomma, prendetevela anche con qualcun’altro, perbacco.

6.     Che consiglio daresti a chi vuole fare il tuo lavoro?

Di non smettere di essere curioso. Di leggere e scrivere a più non posso. Di scrivere ogni giorno una stessa email in 10 modi diversi, mandandola a se stesso. Di scrivere ogni giorno lo stesso contenuto e poi riscriverlo pensando di utilizzarlo con 10 persone diverse. E naturalmente di ascoltare Mozart.